Brodo di coltura

1 Dicembre Dic 2015 1615 01 dicembre 2015

Con Renzi e con Calabresi finisce definitivamente il Sessantotto

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Con l'arrivo di Matteo Renzi al governo e con quello di Mario Calabresi alla direzione di 'Republica' si chiude forse definitivamente la stagione politico-culturale iniziata nel Paese nei dintorni del '68. Una stagione fortemente egemonizzata dalla sinistra ideologica.

È inutile girarci intorno: questa sinistra ideologica è stata egemone per molti lustri nelle idee, nei sentimenti, nei comportamenti, nel comune sentire, finanche nei consumi, di molti giovani italiani di almeno due generazioni. Non si trattava però della sinistra politica, quella che girava intorno al PCI o al PSI e ai suoi derivati (PSIUP, PdUP ecc) sconfitta per altre ragioni (implosione), quanto piuttosto di quella, meno vasta ma più intrusiva, nata attorno ai Movimenti, quella Nuova Sinistra che giunse, tra gli anni ’60-’90 e con riflessi fino a oggi, a condizionare gli stessi vecchi centri di potere ideologici della sinistra storica.

Questo marxismo eclettico (immaginario, lo chiamava Raymond Aron) che costituì per molto tempo un dogma, talvolta un corpo contudente, ma perlopiù un riflesso condizionato, un modo non sempre declinato dal punto di vista delle singole idee che lo componevano, ma fortemente riconoscibile, finì per imporsi come un inverificato ma suasivo e persuasivo cumulo di idee ricevute, che meno passava la verifica del razionalismo critico della singola coscienza, più diventava idea operativa di massa, funzionante come un 'mito collettivo' nella visione di Georges Sorel, ossia un 'fascio motore di immagini' che galvanizzano verso l'azione e la mobilitazione.

Questa storia del marxismo eclettico di quegli anni non è stata ancora scritta, non ne è stata fatta una ricognizione, e attende qualcuno che ci spieghi come sia stato possibile, in una società di capitalismo avanzato, rincorrere le idee chimeriche di una rivoluzione palingenetica, che avesse davvero la caratteristica di un cambiamento non solo interiore ma degli assetti stessi della società in cui comodamente si era insediati.

In attesa di quella ricognizione, mi sembra di poter dire che questo marxismo eclettico ed immaginario era nient’altro che la “formula politica” dietro la quale si nascondevano tre istanze di fondo: a) un soggettivismo esasperato; b) un narcisismo giovanilista che non ha avuto pari nella storia dell’occidente europeo (i suoi centri propulsori furono la Francia e l’Italia); c) la possibilità di maneggiare un arsenale teorico di idee tanto astratte quanto estreme che solo nella Russia del secolo precedente o in altre epoche - nei primi tre secoli del cristianesimo per esempio - una o più generazione di intellettuali ebbe a disposizione.

Di recente mi è passato tra le mani un libro del rappresentante più brillante della sinistra anglo-americana di questi anni, nonché storico delle idee, Tony Judt (nella foto in alto), la cui analisi di questa sinistra coincide con quella di un intellettuale e antropologo italiano, Carlo Tullio-Altan, a cui sono molto affezionato. Prima di riportare alcune osservazioni di Judt riprendo un brano di Tullio-Altan, il quale scriveva in La nostra Italia (1986) «Se le sollecitazioni di civiltà del Sessantotto favorirono anche da noi quelle grandi campagne per le libertà civili, come quella per il divorzio e quella per l’aborto, e come le campagne per la liberazione della donna […] ciò che venne enfatizzato fu soprattutto il lato negativo e distruttivo della polemica contro la “razionalità illuministica”, condotta dai seguaci della Scuola di Francoforte. Ciò che fece premio, in altre parole, fu la polemica spesso fine a se stessa, che interpretava i valori di autorealizzazione della personalità, promossi da quella corrente di pensiero, nei termini della tradizionale esaltazione del proprio individuale vantaggio, nello spirito inconfessato, ma operoso della morale egoistica albertiana. [Nozione equivalente di “particulare” e 'familismo amorale'. Altan fa derivare tale morale dalla disamina del libro Della famiglia, di L.B.Alberti. NdR]. In una sorta di corto circuito, quei valori di libertà ricevuti dall’estero, perché non maturati in modo originale all’interno del contesto sociale italiano, si vennero in buona parte trasformando in quelli individualistico-arcaici della tradizione di sempre, e come tali furono “recitati” clamorosamente nelle piazze» .

E Tony Judt aggiunge nel libro Guasto è il mondo (Laterza 2011), nel rimarcare la distanza tra i valori della vecchia sinistra e la nuova.

« Soprattutto la nuova sinistra (e i suoi elettori in stragrande maggioranza giovani) rifiutava il collettivismo tramandato dai suoi predecessori. Per la precedente generazione di riformisti da Washington a Stoccolma, era lampante che la “giustizia”, l’ “eguaglianza di opportunità”, o la “sicurezza economica” fossero obiettivi condivisi che potevano essere raggiunti solo attraverso l’azione comune. La regolamentazione e il controllo d’alto, eccessivamente intrusivi, avevano i loro limiti, ma questo era il prezzo della giustizia sociale, ed era un prezzo che valeva la pena pagare. La generazione più giovane vedeva le cose in modo molto diverso. La giustizia sociale non interessava i radicali. L’elemento unificante della generazione degli anni Sessanta non era l’interesse di tutti, ma i bisogni e i diritti di ognuno. L’ “individualismo”, l’affermazione del diritto di ogni persona alla massima libertà privata e alla libertà assoluta di esprimere desideri autonomi, ottenendo il rispetto e l’istituzionalizzazione di tali desideri da parte della società nel suo insieme, divennero le parole d’ordine della nuova sinistra».

Questo tipo di analisi venne valorizzata per altri versi da Michel Clouscard quando sottolineò in tutte le sue opere intorno a quegli anni l’emergere di questo soggettivismo della sinistra che spesso si coniugò con i consumi voluttuari del « capitalisme de la séduction » o ancora del « libéralisme libertaire » e in cui la permissività verso i consumatori (soprattutto i giovani di quegli anni), si accompagnava una «repressione dei produttori» verso cui quei giovani, escluse rare eccezioni, ossia quelli di qualche città del Nord (Torino, Milano e Venezia-Marghera perlopiù) furono totalmente estranei. Vero è che di contro un inserto gastronomico come “Il gambero rosso” corredò per anni il quotidiano “comunista” “Il manifesto” e che lo slow food contrapposto al capitalistico fast food si materializzò all’interno della ideologia voluttuaria della Nuova Sinistra, questa volta con il salvacondotto di una maggiore attenzione ai mercati dei produttori, spesso provenienti dal Terzo Mondo.

Nella ricognizione tutta da fare, apparrà evidente che quella generazione di giovani, così egemone nei costumi, nella mentalità, negli apparati ideologici o nei consumi così legati al côté biografico- generazionale si eclisserà per mera consunzione, ossia per la sparizione fisica di quei giovani ormai pensionati o morti. Renzi e Calabresi succederanno come Fortebraccio nel finale di Amleto: perché semplicemente in scena sono tutti morti.

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