Calciostory

20 Settembre Set 2012 2034 20 settembre 2012

Enzo Bearzot, un uomo leale in cima al mondo

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"Un uomo onesto, di grandi valori. Una persona seria, di ampia cultura. Severo, apparentemente burbero. Sentiva la responsabilità del gruppo, voleva sapere tutto di noi, che si faceva, dove si andava. Esigeva lealtà e rispetto. Chi mancava, non veniva più richiamato". La persona in questione è Enzo Bearzot, chi ne ha tracciato il profilo è stato Marco Tardelli, uno dei suoi "ragazzi", nel corso di un'intervista rilasciata a Nicola Calzaretta e pubblicata sull'ultimo numero del  mensile "GS" (evoluzione del settimanale "Guerin Sportivo").

Petto in fuori, pipa in bocca, da commissario tecnico era diventato una sorta di secondo padre per alcuni tra i giocatori che convocava in azzurro. Amava quella maglia, da bambino (era nato nel 1927) aveva gioito nella piazza di Gradisca per la vittoria nel mondiale del 1938 ascoltando dagli altoparlanti la cronaca della finalissima dalla voce di Nicolò Carosio.

Stravedeva per Aldo Campatelli e sognava l'Inter. L'aveva affrontata in amichevole con la Pro Gorizia, che all'epoca si trovava in serie B, senza passare inosservato: venne arruolato dai nerazzurri, per poi debuttare a "San Siro" appena ventenne. L'emozione gli aveva giocato un brutto scherzo: stava per entrare sul terreno di gioco con la maglia indossata al contrario. Proprio Campatelli, con un gesto bonario, gli aveva fatto notare che il numero cinque andava esibito sulla schiena, non sul petto.

Non trovando spazio in prima squadra era stato dirottato a Catania: per lui si era trattato di un trauma, superato grazie a Luisa, la donna che sarebbe diventata sua moglie e che gli avrebbe dato due figli, Cinzia e Glauco. L'aveva conosciuta su un tram in quella Milano dell'immediato dopoguerra che adorava. Dalla Sicilia era salito sino in Piemonte, a Torino. L'ambiente granata gli era subito entrato nel cuore: trascorso un altro breve periodo all'Inter, era tornato sotto la Mole per concludere lì la propria carriera di calciatore.

Nereo Rocco, il “Paròn”, giunto a Torino dopo aver guidato il Milan alla prima vittoria in coppa dei Campioni, lo aveva spronato a diventare allenatore. Nella biografia "Il romanzo del vecio", curata dal giornalista e amico Gigi Garanzini, aveva confidato gli insegnamenti appresi in quel periodo: "Primo, come si crea un ambiente, un’atmosfera, un gruppo. Secondo, una squadra si regge sui vecchi prima che sui giovani. Il giovane ti dà la gamba, il vecchio la testa. Se sbagli i giovani hai il tempo di cambiarli, se sbagli i vecchi tutto ti crolla addosso".

Era stato Artemio Franchi a volerlo in nazionale, dopo che si era fatto le ossa - come tecnico - con i giovani granata e a Prato. Non c'era stato subito il "grande salto": all'inizio, infatti, aveva collaborato con Ferruccio Valcareggi e Fulvio Bernardini. Da calciatore aveva indossato la maglia dell'Italia soltanto in un’occasione: a Budapest, contro la grande Ungheria di Ferenc Puskás, con la consegna di limitare il raggio d'azione di quel fuoriclasse (27 novembre 1955, 0-2).

Quando la panchina era diventata sua a tutti gli effetti aveva fatto tesoro delle novità messe in luce dal mondiale tedesco del 1974 puntando ad un calcio diverso da far applicare agli azzurri: quello mostrato dai polacchi, simile all'olandese ma con meno rischi da affrontare nel tentativo di cambiare una mentalità ed un metodo di gioco ormai cristallizzati da tempo. La nazionale ammirata in Argentina nel 1978 era stata concepita a Milanello il 4 giugno 1976 alla vigilia di un'amichevole disputata contro la Romania, al termine di una chiacchierata con i suoi "ragazzi". Anche se non vinse il torneo, è rimasta la più bella tra tutte.

Persino più di quella che poi avrebbe fatto sognare un paese intero, in Spagna, quattro anni dopo. Lì, invece, il sogno era nato da un'intuizione del vecio datata novembre 1981: al termine di un allenamento dell'Italia, a Torino, si era fermato ad osservare Paolo Rossi mentre disputava una partitella contro la Primavera della Juventus. Era fuori forma e fuori dai giochi a causa della squalifica rimediata nello scandalo del calcioscommesse. Nonostante tutto, aveva capito in quei momenti che avrebbe potuto puntare su di lui. Sceglieva i calciatori da convocare usando come parametro il loro rendimento in nazionale, non quello in campionato.

Nel corso della carriera aveva subito critiche eccessivamente feroci. Un esempio, scelto a caso: durante il ritiro dell'Italia in preparazione agli Europei del 1980 a Pollone (Biella), due giornalisti erano stati allontanati perché arrivati in ritardo alla conferenza stampa. In tutta risposta scrissero sui quotidiani di un "lebbrosario azzurro" riservato a pochi intimi… Si definiva un cristiano anarchico: perdonava, ma non porgeva l’altra guancia. Non amava la vetrina, così come la falsa modestia. Era il primo a riconoscere i meriti dei giocatori nelle vittorie, senza trascurare i suoi. Sosteneva che agli allenatori attuali veniva data troppa importanza, in campo - in fondo - andavano i giocatori. Si sentiva patriarca perché il suo approccio mentale era lo stesso di quando la sera poggiava la testa sul cuscino e sperava di fare del pallone un hobby retribuito. Il cruccio era stato quello di non essere riuscito a civilizzare il pubblico, lui che aveva amato il calcio al di là del colore delle maglie.

E' morto il 21 dicembre, casualmente nello stesso giorno (a distanza di anni) in cui era mancato Vittorio Pozzo, il tecnico di quell'Italia che lo aveva fatto sognare ad occhi aperti, da ragazzino, a Gradisca. Ne aveva fatta di strada, Enzo Bearzot da Aiello del Friuli, per poter volare sopra il cielo della Spagna con una coppa del mondo sistemata accanto a lui. Mentre giocava a carte.

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