Calciostory

20 Ottobre Ott 2012 1127 20 ottobre 2012

Giuseppe Meazza, da Porta Vittoria alla conquista del mondo

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"Il pallone è il mio amore: perché devo trattarlo male?". Per tracciare il profilo di un fuoriclasse a volte basta semplicemente mettere in evidenza alcune delle parole da lui pronunciate. Questa considerazione vale anche per Giuseppe Meazza, detto "Peppìn", “Peppino”, "Pepp" o "Pinella", uno dei più grandi calciatori della storia del calcio italiano. A dire la verità possedeva anche un altro soprannome, "Balilla", dovuto ad un aneddoto relativo al suo esordio con la maglia dell'Inter, a Como, nella coppa Volta. Scovato da Fulvio Bernardini e lanciato in prima squadra dal tecnico ungherese Árpád Weisz, la sua presenza nell'undici iniziale nel corso di quella manifestazione aveva provocato una battuta del compagno di squadra Leopoldo Conti: "Adesso facciamo giocare anche i Balilla!".

In tutta risposta Meazza aveva messo a segno una doppietta. All'uscita dal campo lo stesso Conti lo prese sottobraccio per poi complimentarsi con lui. Era il 1927 e il giovanissimo Giuseppe, nato nel 1910, senza neanche saperlo aveva iniziato a scrivere la storia di una leggenda. La sua, iniziata a Milano tirando i primi calci al pallone nel quartiere di Porta Vittoria. “Porta” e “Vittoria”, quasi un segno del destino: nel corso della carriera segnò una valanga di goals dentro le porte avversarie e le vittorie accumulate furono la logica conseguenza.

Più di quattrocento partite giocate in carriera, quota duecentocinquanta reti realizzati abbondantemente superata, un palmarès dove si possono trovare due scudetti ('30 e '38), una Coppa Italia ('39) e tre titoli di capocannoniere ('30, '36 e '38), tutti conquistati con la maglia dell’Ambrosiana Inter.  Rimasto orfano a soli sette anni (il padre era morto durante la prima guerra mondiale), era stato cresciuto dalla madre Ersilia. Da ragazzino aveva partecipato a diverse gare podistiche, ma la buona attitudine allo sforzo atletico non gli aveva evitato la delusione della bocciatura del Milan a causa del fisico gracile.

Centravanti o mezz’ala, il suo talento gli consentiva di giocare ovunque. In questo senso è stato il precursore del calciatore moderno, lui che aveva conquistato il primo campionato di serie A con la formula del girone unico. Era diventato un personaggio anche al di fuori del rettangolo verde: donne, auto (un privilegio, all’epoca), divertimento, gioco, abiti alla moda. Simboleggiava l’uomo che era riuscito a sfondare partendo dal nulla, grazie alla sua classe infinita.

Non ancora ventenne aveva esordito in nazionale, a Roma, il 9 febbraio del 1930, realizzando una doppietta contro la Svizzera (4-2 il risultato finale). Un’altra, tanto per gradire. Con Vittorio Pozzo sulla panchina azzurra aveva conquistato i mondiali del 1934 e del 1938. Proprio nel corso di quest’ultimo, il 16 giugno a Marsiglia, nella semifinale contro il Brasile aveva segnato su rigore tenendo per mano i pantaloncini: era saltato l’elastico, ma neanche quello era bastato a frenarlo. Era stato capace di anteporre il bene della squadra all’egoismo personale, lasciando il ruolo di attaccante ad Angelo Schiavio prima e Silvio Piola poi. Parlando di lui Pozzo amava dire: "Averlo in squadra significava partire dall'1-0". Le monumentali prestazioni contro l’Ungheria nel 1930 (tripletta) e con l’Inghilterra nel 1934 (doppietta) lo consegnarono alla storia prima ancora che la cronaca avesse finito di compiere il proprio percorso. Con la maglia dell’Italia siglò la bellezza di trentatré goals.

Era stato fermo per una stagione intera a causa di un infortunio, il celebre “piede gelato” (dovuto ad un'occlusione dei vasi sanguigni), per poi passare al Milan. Ancora innamorato dell’Inter, si era trasferito alla Juventus dopo due soli campionati, firmando il contratto – per comodità - sdraiato sull’erba del un campo d’allenamento. Negli ultimi spiccioli di carriera aveva incrementato le esperienze con Varese, Atalanta e ancora Inter, salvandola dalla retrocessione in serie B. Aveva provato a cimentarsi nel ruolo di allenatore, ma di lui resteranno celebri soltanto le imprese con le scarpette ai piedi.

Dopo la sua morte, avvenuta a Rapallo nel 1979, gli è stato intitolato lo stadio di “San Siro”, laddove migliaia di tifosi avevano potuto ammirarlo a più riprese mentre attirava il portiere vicino a sé, per poi scartarlo e depositare la palla in rete. Quelli erano i “suoi” goal.

Naturalmente anche lui aveva un punto debole, con tanto di nome e cognome: Ricardo Zamora. Quando ne parlava faceva fatica a nascondere il rammarico: “Era il portiere più famoso del mondo, era spagnolo. In nazionale non riuscii mai a vincerlo. Soltanto una volta, in amichevole, gli segnai un goal. Zamora aveva due mani gigantesche, da gorilla, e a me bastava mangiare un poco di più la sera per sognarmi di notte le sue grandi mani sul mio pallone. Era il mio incubo. Mi sono battuto contro di lui con rabbia, e lui sapeva che lo temevo, che avrei dato chissà cosa per segnargli un gol. Zamora era un buono fuori del campo, ma davanti alla porta era un muro, una montagna di pietre. Quella volta che gli feci il goal, sparando da quindici metri, lui venne dritto a darmi la mano. 'Bravo, mi disse. Bravo Balilla'”.

Non è escluso che lontano da qui, da qualche parte, lo stia ancora cercando per proporgli una rivincita. Magari nel suo stadio. Al riparo, stavolta, da occhi indiscreti.

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