Calciostory

26 Ottobre Ott 2012 2036 26 ottobre 2012

Nereo Rocco, il Paròn

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Vigilia di un Padova-Juventus di molti anni fa, un giornalista si era avvicinato al tecnico dei veneti dicendogli: "Vinca il migliore". La sua risposta, immediata, non aveva lasciato spazio ad ulteriori repliche: "Ciò, speremo de no". In queste parole c'è tutto Nereo Rocco, il Paròn. Descritto da chi ha avuto modo di conoscerlo, era proprio così: diretto, sincero, trasparente. Nato nel 1912, figlio di un macellaio e nipote di un cambiavalute di Vienna, ha portato il cognome Rock sino al 1925. Costretto ad italianizzarlo per motivi di lavoro durante il periodo fascista, iniziò la sua seconda vita, quella legata al pallone, facendosi conoscere come Rocco.  Calciatore, allenatore, uomo. Soprattutto uomo. Le vittorie ottenute da sportivo restano in bella evidenza nel palmarès, il ricordo della sua straripante personalità è rimasto vivo nel cuore quanti hanno condiviso con lui gioie e dolori dentro ed intorno al rettangolo di gioco.

Per esprimersi usava il dialetto della sua città, Trieste, condito dai "mona" che non risparmiava a nessuno. Nella veste di tecnico, quando qualcuno provava ad avvicinarlo chiamandolo "Mister" reagiva in malo modo: "Mister a chi, muso de mona? Mi son il signor Rocco". Nei confronti di chi non capiva il motivo di un'esclusione ripeteva spesso la stessa frase: "Decision de la siora Maria". Che poi era sua moglie. Girò l'Italia da solo, senza Maria e i figli Tito e Bruno, partendo proprio da Trieste. Le tappe toccate (alcune a più riprese) furono Napoli, Padova, Treviso, Milano, Torino e Firenze. Per Milano si intende quella rossonera, ovviamente, dove gli inizi erano stati complicati: “Milano non fa per me. E’ troppo grande. E poi, qua, perdi una partita e succede il finimondo”, aveva confidato a Cesare Maldini, così come testimoniano le pagine del libro “Il Paròn” scritto da Gabriele Moroni. Era abituato a comandare, quella realtà non gli sembrava cucita su misura per lui. Nel giro di due anni vinse uno scudetto e una Coppa dei Campioni.

Ovunque andasse cercava i due punti di riferimento dai quali cominciare il proprio lavoro: lo spogliatoio, dove cementificava lo spirito di squadra, e un ristorante, il luogo in cui si rifugiava nei momenti di intimità. Prediligeva alcune compagnie ad altre, Nicolò Carosio e Gianni Brera su tutti. Nel momento del commiato, proprio Brera lo aveva descritto con queste parole: "Poco abile politico, è un grande in spogliatoio, non in sede. Ai presidenti non bacia né vellica niente. Cambia città (e si pente): scopre nuovi Italienern, magari contagiati di vezzi franciosi: così rimpiange i lombardi e torna fra loro per vincere un altro campionato, un'altra Coppa Campioni. Rivera si è fatto uomo e un pò ne viene plagiato. Rivera sta a Nereo come la callida volpe al toro manso". Circa il modo di vivere la sua professione, ancora Brera scrisse: "Dalla panchina torna sudato più dei giocatori: e con loro si spoglia e prende la doccia sentendone tutti i discorsi, dei quali puntualmente si serve per governare il timone. Sotto la doccia, il sudore acre dei poveri, le contumelie, le lodi, le reciproche accuse: e la partita interpretata a caldo. Poi con gli anziani, diciamo gli arimanni, si riflette e decide per il meglio".

All'apparenza burbero, caratterialmente aperto quando si trattava di stare con i suoi ragazzi, si chiudeva a riccio di fronte al mondo esterno. Quando non voleva dare troppa corda ai giornalisti se la cavava con poche parole: "Domenica giocheremo così: Cudicini in porta e tutti gli altri fuori...". Per definire le marcature degli avversari sul campo, all’arcigno difensore Angelo Anquilletti era solito lasciare alcune brevi istruzioni: “Ciò, fagli fare tutto quello che vuole. Basta che non faccia gol”. Sull'introduzione della figura del libero in difesa, aveva dichiarato: "La sostanza è quella: che si chiami uomo libero, ala tornante, mezzala fluttuante. Tutte le squadre hanno quest'uomo in più in difesa, e ciò per valorizzare l'estro, l'indole, la facoltà d'improvvisazione del giocatore italiano".

I derby con l'Inter di Angelo Moratti, guidata da Helenio Herrera, diventarono celebri anche grazie alle battute che si cambiavano i due tecnici, i veri e propri precursori di una nuova visione della figura dell'allenatore. Uno dei momenti più difficili vissuti su una panchina è datato 20 maggio 1973, in occasione della "fatal Verona". Il miglior complimento che potesse riservare a qualcuno era “El xè un omo”, proprio per il valore che dava alle qualità umane. Tendenzialmente si fidava dei suoi uomini, prova ne sia che a volte concedeva la possibilità di ricevere le visite delle persone care anche durante i ritiri: “Domani potete portare, se volete, a pranzo mogli e figli. Mi raccomando, però, roba seria: non fidanzate di quelle ballerine”. Per tenerli tutti sulla corda, però, aveva introdotto abitudini apparentemente incomprensibili come quella della colazione mattutina di gruppo a Milano, in piazza Sant’Alessandro. Dietro la volontà di trascorrere più tempo in compagnia c'era pure quella di verificare costantemente lo stile di vita dei calciatori.

Pierino Prati ha raccontato che nel momento in cui venne presentato a Rocco, in un albergo, dopo averlo squadrato il Paròn si era rivolto ad un dirigente dicendogli: “Guarda che io ti avevo chiesto di portarmi un calciatore, mica un cantante”. Fine psicologo, percorrendo il tratto di strada che portava la squadra dal ritiro allo stadio “Santiago Bernabéu” di Madrid per giocare la finale di Coppa dei Campioni contro l'Ajax (vinta per 4-1, 28 maggio 1969), nel silenzio generale si era alzato i piedi per dire: “Ciò mona, se c’è qualcuno che ha paura stia pure sul pullman che a giocare vanno gli altri”. I giocatori scesero uno a uno, per dirigersi nello spogliatoio. Dopo aver aspettato invano il tecnico, preoccupati tornarono al parcheggio e lo trovarono lì: era seduto sul pullman. Scoppiarono tutti a ridere. Con quello stratagemma era riuscito a spezzare la tensione.

Era uno dei metodi usati per questo fine da Nereo Rocco. Il Paròn.

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