Calciostory

26 Dicembre Dic 2012 1349 26 dicembre 2012

Pierluigi Pizzaballa, il portiere introvabile

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Pierluigi Pizzaballa, classe 1939, nell'arco della propria carriera ha difeso la porta dell'Atalanta, della Roma, del Verona e del Milan, prima di concluderla ancora tra i pali dell'Atalanta. Il suo cuore, in realtà, è sempre rimasto a Bergamo. L'amore che provava verso quei colori era talmente grande da spingerlo a compiere i gesti più impensabili. Ecco, ad esempio, cosa accadde il 20 maggio 1973 mentre difendeva i colori gialloblù, raccontato dalla viva voce del protagonista: "Quel giorno ero preoccupato. Il Verona segnava e segnava, il Milan stava perdendo lo scudetto, ma io pensavo all'Atalanta che stava retrocedendo e, quando i miei compagni andavano su in attacco, mi facevo prestare la radiolina da un raccattapalle".

Nel corso dell'estate successiva a quella famosa gara si era poi trasferito proprio in rossonero. A distanza di anni confessò lo stato d'animo che lo aveva accompagnato in quei momenti: "Al Milan ero arrivato timidamente perché l'anno prima, quando giocavo nel Verona, fui protagonista della sconfitta che ai rossoneri costò lo scudetto della stella. Fatal Verona la chiamarono. La realtà è che pensavano di aver già vinto. E invece vincemmo noi. Nel calcio non si deve mai dare niente per scontato".

Da ragazzino lavorava come garzone ed il suo primo campo di calcio era stato quello dell'oratorio. Il parroco andava a prenderlo di nascosto in panetteria per portarlo con la sua moto a fare alcuni provini. Era diventato portiere per l'abitudine di giocare in quel ruolo con gli amici del proprio quartiere: dato che era il più piccolo del gruppo veniva sempre costretto a restare tra i pali. Cresciuto alla scuola di Carlo Ceresoli (ex portiere della nazionale di Vittorio Pozzo), una volta partito da Bergamo si era trasferito a Roma: "Una città bellissima, che rivedo con affetto e piacere. Mi dispiace soltanto che i risultati non siano stati all’altezza delle aspettative, speravo di più. Non era una Roma forte a livello societario, c’era un gran viavai di giocatori. Ho lavorato con Herrera che, con il suo ‘taca la bala’, ha anticipato il pressing".

Conquistò due Coppe Italia, una con l'Atalanta e l'altra con i giallorossi. Ha giocato duecentosettantacinque partite in serie A e preso parte alla spedizione azzurra nel mondiale inglese nel 1966, senza però scendere sul campo. La sua unica presenza in nazionale risale al 18 giugno di quello stesso anno: era un sabato pomeriggio, l'Italia di Edmondo Fabbri vinse contro l'Austria per 1-0 (il goal fu segnato da Burgnich). Pizzaballa aveva sostituito Enrico Albertosi all'inizio della seconda frazione di gioco. Discutendo a ruota libera degli altri colleghi di ruolo, una volta confidò: "Il più grande portiere di tutti i tempi è stato sicuramente Jašin, un fenomeno tra i pali e una velocità incredibile di chiusura a terra anche se era altissimo. Diciamo che fargli gol era quasi impossibile. In Italia invece l’immenso Zoff, anche se quello che ho visto fare in allenamento ad Albertosi ce l’ho ancora negli occhi. Se avesse avuto un’altra testa sarebbe stato il più grande di tutti".

Pizzaballa figurava tra i possibili acquisti della Juventus se il club torinese non fosse riuscito a far suo lo stesso Zoff, all'epoca estremo difensore del Napoli. Durante la carriera si era reso protagonista di alcuni episodi curiosi, alcuni dei quali rinchiusi nell'arco di pochi minuti. In un derby contro l'Inter, alla seconda gara giocata con la maglia rossonera, subì tre reti in cinque minuti (1-5, 24 marzo '74). In precedenza – il 2 febbraio 1964 – era stato trafitto cinque volte dallo stesso marcatore, Kurt Hamrin (Atalanta-Fiorentina 1-7): "Da quel giorno ogni volta che mi vedeva mi salutava con la mano ben distesa".

Nei confronti della Fiorentina, però, era riuscito a prendersi una gustosa rivincita, parando due rigori in due minuti al viola De Sisti (Fiorentina-Milan 3-2, 31 marzo 1974): "Nei secondi che hanno preceduto il primo rigore sentivo il mio sesto senso che mi diceva che avrebbe tirato a destra, e così fu. Poi, quando l’arbitro ha dato il secondo penalty, ero sicuro che De Sisti non avrebbe cambiato angolo, convinto che l’avrei fatto io. Così mi sono tuffato nuovamente sulla destra e ho parato pure quello". Tra le prodezze compiute in carriera ne ricorda una in particolare: “La più bella in assoluto la feci a Genova su un colpo di testa di Pruzzo. Il suo fu un miracolo di tempismo e precisione, il mio un capolavoro di intuito e agilità”. La delusione più grande, invece, fu quella di non aver potuto partecipare ai giochi Olimpici del 1964.

Il suo nome è indissolubilmente legato a quelle figurine introvabili che lo raffiguravano portiere degli orobici nelle stagioni 1962-63 e 1963-64: “Il fatto è che a quei tempi il fotografo della Panini veniva una volta sola nel ritiro precampionato e io una volta ero infortunato, una volta ero militare, e quindi per un paio di anni saltai il turno. L’Atalanta era anche la prima squadra dell’album, io ero il primo giocatore della squadra, e così prima che riprendesse il giro diventai introvabile. Sotto l'aspetto del costume, mi diverte. Dal punto di vista sportivo, mi dispiace. Credo di aver dato abbastanza in campo da meritare un ricordo più strettamente calcistico”.
Nel maggio del 1978, quando mancavano ancora due campionati dalla pensione calcistica, dichiarò: “Forse a 20 anni 'soffrivo' di più la partita, però oggi sento maggiori responsabilità. Bisogna parare ma anche dare tranquillità ai giovani, offrire esempi di comportamento, ringraziare coi fatti pubblico e società: non si finisce mai d'imparare”.
Parole pronunciate da un uomo vero, non da una semplice figurina.

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