Camera oscura

9 Agosto Ago 2014 1602 09 agosto 2014

Il pacco del Nazareno

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, anche se la riforma costituzionale che lo riduce nei numeri ha superato solo la prima delle 4 letture previste. Finalmente, non vedevamo l’ora. I fortunati che si concederanno il lusso di andare in vacanza partiranno più tranquilli: niente più nottate a Palazzo Madama per i nostri “prodi” né lanci di palline, canguri, ghigliottine, tagliole, gufi e rosiconi (anche se questi ultimi potrebbero presto tornare a fare capolino). Malgrado qualche «franco tiratore» bipartisan, l’asse Renzi-Berlusconi ha retto. È il primo risultato tangibile dell’accordo fra il segretario del Pd e il leader di Forza Italia, passato alle cronache come il “patto del Nazareno”. A ben vedere, però, più che un patto questo sembra essere un “pacco” con all’interno il prossimo ingresso di Forza Italia nella maggioranza di governo. Si tratterebbe di un ritorno di fiamma visto che il Pdl tutto, prima della scissione degli alfaniani, era uno dei due assi portanti dell’esecutivo di larghe intese guidato da Enrico Letta. Stando a quanto riportato dai giornali nel day after del voto in Senato pare infatti che Berlusconi, circondato dai suoi più fedeli collaboratori, abbia esultato dicendo che «le uniche cose che il governo ha fatto finora le ha fatte grazie a noi, senza i quali non c’è una maggioranza». Composizione dei gruppi parlamentari alla mano, a Palazzo Madama Forza Italia “pesa” quanto Ncd, per l’Italia e Scelta Civica messe insieme. Renzi ha capito da tempo immemore – anche qui sta la sua furbizia – che l’ex Cavaliere non andava quotidianamente attaccato come faceva, e in parte ancora oggi fa, quella parte del Pd e della sinistra tutta che nel nuovo ordine di idee è da «rottamare». Nelle strategie di “Matteo”, Berlusconi doveva essere il primo alleato. E così è stato. Complici i risultati non esaltanti raccolti alle Europee dai partiti che sono in maggioranza (insieme Ncd e Udc hanno portato a casa uno striminzito 4,4%), l’ex sindaco di Firenze ha puntato ancora più forte sull’asse con l’uomo di Arcore. La nuova legge elettorale, l’“Italicum” (che poi sembra più un “Porcellum” bis) l’hanno scritta Verdini e la ministra Boschi con l’aiuto del politologo Roberto D’Alimonte («Renzi e Berlusconi sono i padri dell’”Italicum”, noi tre siamo zii», spiegava il docente nel marzo scorso), non Alfano & Co. E ora, approvato in prima lettura il ddl Boschi, la partita si sposterà proprio su quest'altro fronte. I nodi sono sempre gli stessi: le soglie di sbarramento e le preferenze. Su queste ultime l’apertura di Berlusconi (per il quale le preferenze sono sempre state un argomento ostile) è un fatto importante, visto che Ncd e una parte del Pd le invocano a gran voce. Sul mancato abbassamento delle prime, fissate al momento al 4,5% per i partiti coalizzati e all’8% per quelli che correranno da soli, sia “Matteo” che “Silvio” potrebbero compiere il delitto perfetto. Il numero uno di Palazzo Chigi vedrebbe restare fuori dal Parlamento Sinistra Ecologia e Libertà (con Vendola lo strappo è definitivo), oggi al 2,2% nei sondaggi; Berlusconi, dal canto suo, assisterebbe alla scomparsa degli alfaniani, che sempre secondo le ultime rilevazioni non arriverebbero al 4%. A quel punto, in un Parlamento tripartito (Pd ancor più “renziano”, Forza Italia, M5S e forse la Lega), fare le riforme in modo bipartisan – una a me, l'altra a te – sarebbe un gioco da ragazzi. Certo, bisognerà aspettare ancora qualche anno: l’orizzonte è quello del 2018, su questo sia Renzi che Berlusconi sembrano essere concordi. Ma la vendetta, si sa, è un piatto che va servito freddo.

Twitter: @GiorgioVelardi