Camera oscura

11 Agosto Ago 2014 1659 11 agosto 2014

Il lavoro che non c’è (e non ci sarà)

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Affermare che il problema dell’Italia sia la mancanza di lavoro è come dire che due più due fa quattro. I dati sulla disoccupazione, generale e giovanile, parlano chiaro. Qualcuno obietterà che il tasso di senza lavoro in Italia è in linea con la media europea. È vero: 12,2% da noi contro l’11,9% dell’Eurozona. Ma nel Belpaese c’è un dato aggiuntivo, quello che riguarda i cosiddetti “inattivi” – oltre il 44%, circa 20 milioni di persone fra i 15 e i 74 anni, contro una media Ue del 36% – che preoccupa non poco. Secondo uno studio dell’Associazione Bruno Trentin (Cgil), elaborato su dati Istat, l’Italia ha un tasso di occupazione del 48,7%. Vuol dire che lavora meno di una persona su due, solo la Grecia è messa peggio. E siccome le disgrazie non vengono mai da sole un altro studio, recentemente realizzato dal Boston consulting group (dal titolo The global workforce crisis), spiega come dopo il 2026 le aziende italiane che avranno bisogno di personale specializzato resteranno a mani vuote visto che all’appello mancheranno un milione di lavoratori qualificati (la Germania rischia di toccare numeri decuplicati rispetto ai nostri). Il manifestarsi di uno scenario simile, com’è ovvio, potrebbe avere effetti negativi sulla crescita economica del Paese. La rotta, fanno sapere i ricercatori del Bcg, potrà essere invertita solo con maggiori investimenti in innovazione e tecnologia, incrementando i programmi di formazione per i lavoratori meno qualificati, promuovendo il lavoro delle persone meno giovani e immettendo – realmente, non a chiacchiere – più donne nel mercato del lavoro. Il premier, Matteo Renzi, e i suoi scudieri sono avvisati. Buon lavoro (e buona fortuna).

Twitter: @GiorgioVelardi