Candid camera

19 Novembre Nov 2012 1433 19 novembre 2012

Philip Roth e l’informazione “wikipedically correct”

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Due mesi fa, lo scrittore americano Philip Roth scrisse una lettera aperta a Wikipedia per rettificare un’informazione contenuta nella pagina che lo riguarda: il personaggio di Coleman Silk, protagonista del romanzo “La macchia umana” non era ispirato – come voleva il pettegolezzo letterario e come scriveva Wikipedia - allo scrittore Anatole Broyard, bensì a Malvin Tumin, sociologo a Princeton per circa trent'anni e defunto amico dello stesso Roth.

La lettera di Roth, pubblicata sul New Yorker, reclamava per la inverosimile risposta ricevuta da un collaboratore dell’enciclopedia online: “capisco il suo punto di vista, secondo cui è l’autore ad avere l’ultima parola sulle interpretazioni della propria opera, ma se non c’è una fonte secondaria questo a Wikipedia non interessa”. Così, in un formidabile corto circuito con la finzione letteraria, mentre nel romanzo il personaggio di Coleman Silk paga un prezzo durissimo nella carriera e nella vita, a causa di un’applicazione distorta e integralista del “politically correct”, a sua volta il romanziere Roth subisce le conseguenze di un’informazione - come definirla? -“wikipedically correct”.

Ma non basta. All’inizio di ottobre 2012, lo stesso Philip Roth rilascia un’intervista al magazine francese Les In Rocks in cui dichiara la propria volontà di smettere di scrivere romanzi. “Ha ancora desiderio di scrivere?” chiede il giornalista francese. “No”, risponde Roth “Nemesi sarà il mio ultimo libro”. E poco più avanti, se non fosse abbastanza chiaro, l’intervistatore insiste: “Non ci sarà dunque mai più un nuovo romanzo di Philip Roth?”. “No. Penso che un libro in più o in meno non possa cambiare quel che ho già fatto”.

Casualmente, mi capita di leggere l’intervista proprio in quei giorni, grazie a una segnalazione vagante postata su Twitter. Mi colpisce molto (condivido l’amore per Philip Roth con milioni di lettori nel mondo) e mi aspetto che venga ripresa dai giornali. Invece niente. Fino a quando - quattro settimane più tardi - Lori Glazer, portavoce di Houghton Mifflin, la casa editrice di Roth, conferma la notizia, e solo allora vengono versati fiumi d’inchiostro sulla decisione dello scrittore, spesso in odore di un Nobel che non è mai arrivato.

Anche in questo caso, colpisce la logica del “wikipedical correct”, ovvero la necessità della “fonte secondaria”. Se Roth dichiara “non scriverò più” e lo dice con la sua voce e con la sua faccia in un’intervista, nessuno lo considera. Se però lo conferma il suo editore, con un semplice “Roth mi ha detto che è vero”, allora la notizia decolla e riempie le pagine dei giornali.

Forse che Roth poteva essere ubriaco quando ha parlato col giornalista di Les In Rocks? Forse era ubriaco il giornalista? Forse che l’editore può garantire meglio dello stesso Roth la veridicità delle sue intenzioni future? O forse l’informazione è così screditata da non fidarsi più nemmeno dei virgolettati? Possiamo credere alla lettera di dimissioni del generale Petraeus? O non sarebbe necessaria, quale “fonte secondaria”, una dichiarazione della moglie tradita?

Il gioco di specchi delle verità presunte si replica all’infinito, con un’oscillazione sempre più stretta tra oggettività, bufala e diffamazione. Le notizie, comprese le dichiarazioni tra virgolette, sono ormai scivolose come saponette avvelenate. Ci vorrebbe un grande romanziere per raccontare questa spirale che polverizza il concetto di verità come mai prima nella storia del mondo. Ci vorrebbe un Philip Roth, appunto. Ma (forse) non ce l’abbiamo più.

twitter @eli_grandi

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