Candid camera

21 Gennaio Gen 2013 1637 21 gennaio 2013

Far finta di essere Gaber

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“In fondo la televisione di allora non era affatto male, un po’ mi è dispiaciuto smettere di farla”. Così osservava Giorgio Gaber, in un’intervista mandata in onda su Raiuno la sera del 20 gennaio, nello Speciale curato da Vincenzo Mollica. Intanto, ci si prepara a un altro Speciale, nella puntata di Chetempochefa di questa sera. Un doveroso omaggio a Giorgio Gaber a dieci anni dalla morte, d’accordo. Ma cosa penserebbe lui, Gaber, di queste messe laiche che ormai infarciscono i palinsesti con incessanti rievocazioni dei santi dello spettacolo?

Siamo sicuri che gli farebbe piacere essere celebrato come un eroe della patria, lui che lasciò, appunto, la tv all’inizio degli anni Settanta, scegliendo il teatro, per dare voce e corpo a un pensiero cantato, tanto caustico quanto malinconico e dolce, come non si era mai visto prima in Italia? Lui che trovò la propria cifra artistica nell’inquietudine come regola di vita e di pensiero, insegnandoci che la verità ha molte più pieghe di quanto non appaia, ed è proprio in quelle pieghe che si svolge la nostra vita, tra domande, perplessità, e inauditi quanto misteriosi momenti di felicità che non sappiamo spiegare.

Siamo proprio certi che Gaber approverebbe questa “religione gaberiana”, lui che seppe mostrare le ombre di ogni ortodossia, le contraddizioni di chi si identificava in un’ideologia, salvo ritrovarsi alle prese con le richieste, le debolezze, i vizi dell’individuo che tracima dentro ognuno di noi?

Gaber ci mostrò che eravamo tutti “polli d’allevamento”, che fingevamo “di essere sani” e che, a dispetto delle grandi attese rivoluzionarie, restavamo lì, prigionieri della nostra “libertà obbligatoria”, a renderci conto che “anche per oggi non si vola”.

Gaber fu un borghese anti-borghese e un intellettuale anti-intellettuali. Portò in scena le nostre contraddizioni con l’autenticità di chi le viveva anzitutto dentro di sé e sulla propria pelle. Nell’epoca in cui la politica invadeva ogni spazio personale e sociale, mise in scena il “Dialogo tra un impegnato e un non so”. Lui era sempre il “non so”, cioè non so le risposte, ma mi faccio delle domande. E questo interrogare è stato un lungo ed emozionante dialogo col pubblico, che riempiva i teatri per poi uscirne con la testa piena a sua volta di domande.

Difficile pensare che apprezzerebbe le celebrazioni retoriche, trasmesse da una televisione lontana anni luce da quella in bianco e nero che lui abbandonò. Forse, ci scriverebbe sopra una canzone, o forse preferirebbe trovarsi di nuovo in autostrada, alle prime luci del mattino, a emozionarsi per quella illogica allegria che non si prova mai guardando la tv.

#eli_grandi

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