Candid camera

16 Febbraio Feb 2013 1723 16 febbraio 2013

Fenomenologia della Littifazio

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Lui, Fazio, sarà anche grigio, molliccio, eroticamente insulso come una gamba di sedano, banale, prevedibile e stantio. Ma la Lucianina che lo tormenta incessantemente con le sue battute velenose, gli sta sempre attaccata come una zecca, avendo creato con lui un duo ormai ampiamente ossidato, che trova la sua apoteosi nella co-conduzione di Sanremo 2013, picco che si spera preceda un auspicabile declino.

Già, perché la Littizzetto, celebrata da molta stampa come “straordinaria” e “gigantesca” per la sua performance sanremese, e ormai santificata dal più nazionalpopolare dei riti televisivi, non solo è diventata molesta come un insetto, ma soprattutto ha costruito un personaggio, o meglio un “carattere” femminile che mostra molte crepe, fino a disegnare un modello addirittura (si può dire?) diseducativo. Facciamo un breve inventario.

Il vezzo dell’infantilismo. Per poter dire quel che pensa, per poter pronunciare la parola “culo”, deve prima essersi presentata come bambinaccia, monella, discola coprolalica senza freni inibitori. Oppure, se la parolaccia è voluta e mirata, le deve uscire come il fischio dalla pentola a pressione, come effetto di un “non riesco a tenermi”, un’incontinenza verbale fisiologica. Lo stesso vale per la dissacrazione, esercitata come attività compulsiva, quasi una patologia nervosa, che si esprime però sempre dall’interno del sistema che viene criticato, un po’ come bestemmiare in chiesa.

Un altro topos è la litania del “non sono figa”, che da un lato permette alla Litti di esibire in continuazione i propri attributi sessuali come innocenti-ma-non-troppo, e dall’altro fomenta l’incessante confronto tra lei e le figherrime, dalla cui schiera si sentirebbe esclusa. Ora, la Littizzetto non è bellissima, d’accordo, ma non è nemmeno un “cesso”, diciamo che è normale, una qualunque, sotto il profilo estetico.

Però, la sua insistenza sulla s-figaggine rimanda di continuo alla propria superiorità di lingua e cervello rispetto alla presunta ocaggine delle ultrabelle. Così, lei non è figa, ma in realtà è più figa ancora, riscattando così il destino di milioni di donne normali, né belle né brutte. Salvo che noi restiamo delle vere sfigate, mentre lei, grazie a questo teatrino, ha messo da parte una fortuna.

Poi, gli uomini. Tutti poveri cretini che sbavano dietro alle figherrime di cui sopra, ma poi stanno attaccati alle bruttine come lei, che maternamente sopportano i loro calzini sporchi e il loro antiromanticismo. E qui c’è il rovescio della bambinaccia, ovvero la moglie-madre tollerante, che sogna sì il grande amore, ma intanto si conserva con cura il marito pantofolaio e russatore.



Esattamente come nella “coppia di fatto” Litti-Fazio, dove alla lunga spicca soprattutto la secondarietà di lei, la cui indipendenza di giudizio e la cui caustica ironia sono sempre per così dire tenute al guinzaglio dal Fazio-marito-padrone, che sarà anche un mollaccione che sopporta stoicamente un’incessante gragnuola di insulti, ma rimane comunque saldamente il capofamiglia in tutti i programmi che fanno insieme.

Ecco, l’universo littizzettiano è soprattutto un contesto famigliare, casalingo, domestico, in cui la Litti recita di volta il volta la parte della bambina monella, dell’adolescente in guerra col mondo, della moglie rassegnata e della cognata zitella inacidita che non era abbastanza bella per trovare marito. Sempre più spesso, tutto questo emana un odore di muffa e di stantio. E viene da pensare che se Luciana Littizzetto avesse continuato a fare l’insegnante di lettere alle medie, con la sua intelligenza e con il suo acume avrebbe dato un più decisivo contributo a migliorare il mondo, anziché sfrantumare i maroni a noi, dietro l’incasso di succulentissimi cachet.

twitter @eli_grandi

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