Candid camera

20 Febbraio Feb 2013 1811 20 febbraio 2013

Andrò a votare per Natasha, Farah e Juanita

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Natasha no, non voterà alle elezioni. E’ arrivata in Italia dalla Moldavia dieci anni fa, la sua seconda figlia è nata qui. In Italia ci sono anche suo marito, sua madre, suo fratello, alcuni cugini, un gruppo familiare di persone che hanno tutte un lavoro, sono riuscite a comprarsi una casa, quindi hanno certamente pagato l’Imu, però no, nessuno di loro potrà votare alle elezioni politiche 2013.

Non voterà neppure Juanita, peruviana, che lavora come infermiera in una clinica milanese e riesce a far studiare il più giovane dei suoi figli alla facoltà di Medicina. Lei non voterà e nemmeno suo figlio, benché lui abbia frequentato tutte le scuole in Italia, dalle elementari all’università.

Non voterà neanche Farah, che è arrivata dall’Eritrea tre anni fa e attende con ansia il momento in cui riuscirà a farsi raggiungere dalla sua piccola di 6 anni. Non passa giorno che non sia alle prese con permessi, certificati, incartamenti vari per ottenere l’arrivo della figlia, lei che l’italiano lo parla ancora a stento, chissà come riesce a districarsi nelle trappole di una burocrazia così ostile.

Io le vedo, queste donne, sulla metropolitana, sul tram, la mattina spesso con bambini addormentati nei passeggini, trasportati in qualche asilo o in qualche casa-asilo, gestita da una connazionale, prima di correre al lavoro (le più fortunate, s’intende, quelle che i figli non li hanno invece a migliaia di chilometri di distanza, al di là dell'oceano, allevati da nonne o amiche, senza vederli per mesi o anni).

Poi, le incontro la sera, a volte addormentate sui sedili dell’autobus, più spesso impegnate in lunghe conversazioni al cellulare in tutte le lingue del mondo, dall’ucraino al georgiano, dal filippino al pakistano, avvolte nella loro lingua madre come in una coperta calda, che tiene lontana per un po’ la nostalgia.

Non ce n’è una che non mi colpisca per la serietà, il contegno con cui porta in giro la propria faccia stanca, per l’immane energia che deve attingere per rifare ogni giorno quel percorso, e magari ha solo concluso una parte del lavoro e ce n’è altro alla sera, per raggranellare più soldi da spedire lontano.

Provo una vera commozione, poi, quando noto in loro piccoli dettagli, come gli orecchini della donna africana dai capelli scarmigliati, o la collanina col ciondolo della ucraina dal viso dolcissimo, che forse ha passato la giornata a badare un anziano nel centro di Milano, o il turbante della senegalese, coi suoi colori estivi. Sono piccoli vezzi di una femminilità che non si arrende, che non si lascia abbrutire, che continua a parlare come un linguaggio universale, quel desiderio di essere comunque belle, perché la bellezza è anche una consolazione e un conforto.

Ci sarebbero tanti motivi per non andarci proprio a votare alle elezioni - noi che possiamo e che ne abbiamo il diritto - perché non ci crediamo più e perché “tanto, non cambierà nulla”. Ma forse, per queste donne escluse dalla partecipazione democratica, non sarà proprio uguale che vinca uno o l’altro. Qualcosa, per loro, può cambiare eccome. Perciò, anche se non avessi altri motivi per farlo, voterò pensando a queste donne straniere che incontro sul tram, e ai loro orecchini dorati, che fanno argine alle brutture del mondo.

twitter @eli_grandi

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