Candid camera

14 Marzo Mar 2013 1125 14 marzo 2013

Un’orazione civile sulle nostre illusioni

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Da circa due mesi ho dei forti dolori alle ginocchia. Non si capisce il perché. Gli esami, le radiografie, la risonanza magnetica, nessun referto contiene elementi che possano giustificare questo dolore. Il ventaglio di opzioni terapeutiche che mi sono state suggerite per ora sono risultate tutte vane. Persino l’osteopata, dopo quattro incontri, ha gettato la spugna: mi spiace, più di così non posso fare. L’ortopedico ha malignamente previsto che la situazione “non potrà che peggiorare”. Adesso, ho qui sul tavolo il numero di telefono di un agopuntore cinese che forse, magari, “io l’ho provato e mi ha aiutato”, garantisce un collega. Insomma, convivo con questo dolore e prendo atto che la medicina non è in grado né di capire, né di guarire.

Ora, per quanto fastidioso, e a volte angosciante, si tratta di un disturbo circoscritto, locale, in qualche modo gestibile con gli antidolorifici e un po’ di bicicletta. Ma provate a cambiare scala e immaginate che si tratti di cancro. Cioè la malattia del secolo e del millennio, sulla quale convergono investimenti miliardari per la ricerca, intorno alla quale sono costruiti padiglioni ospedalieri e intere strutture sanitarie, dove gli oncologi appaiono come moderni stregoni che preparano le loro pozioni chemioterapiche dosando il farmaco con il veleno. Quando alla moglie Silvia, di appena 52 anni, viene diagnosticato un cancro già metastatico, P. scopre che tutto questo ambaradan tecnico-medico-scientifico, che tutti noi immaginiamo potentissimo, capace di sconfiggere il cancro e la morte, è in realtà incapace di mantenere la sua promessa immaginaria.

E’ il racconto di questa impotenza il cuore del libro di Pierluigi Battista, “La Fine del giorno” (Rizzoli), uscito in questi giorni, a poco più di un anno dalla morte della moglie Silvia. Non è un romanzo e neppure un diario. Piuttosto, direi, un’orazione civile, che porta in pubblico un dramma privato, nella consapevolezza, acquisita lungo il drammatico percorso, che di un fatto collettivo si tratti, perché ognuno di noi, in quella situazione, si troverebbe a scoprire e a pensare le stesse cose che pensa P., a sentirsi gabbato dalla fede - che tutti condividiamo - nei superpoteri della scienza medica.

Ma a questo tema, nel libro se ne intreccia un altro, un altro genere di impotenza, quella che gli uomini, a una certa età, risolvono con la pillola blu del Viagra, la magica pozione che prolunga l’attività sessuale e con essa la possibilità di continuare a esercitare il proprio potere seduttivo su donne giovani e fresche. L’autore inanella una carrellata di personaggi, dalla letteratura all’attualità recente, accomunati dal tentativo di prevalere sul proprio decadimento fisico (o di negarlo, non vederlo, dimenticarlo), cadendo preda di una fregola erotica, che agli occhi di P. risulta infinitamente patetica e invariabilmente destinata a provocare nuovi tormenti e infine il fallimento del tentativo stesso.

Se la morte può arrivare a strapparti l’ultima parte della vita, come è accaduto a Silvia, allora la vecchiaia dovrebbe essere accolta come un dono, e non come una iattura contro la quale combattere. Potrebbe essere questa la morale del libro. Ma l’inquietudine dell’autore del libro è tutt’altro che placata. La vita continua, e si porta dietro tutto, le legnate e le illusioni, la rabbia, l’impotenza, gli inspiegabili momenti di gioia, il nostro essere votati a lasciarci incantare dalle cose, dalle persone, dagli eventi. Anche se il giorno finisce.

Twitter @eli_grandi

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