Candid camera

7 Maggio Mag 2013 1802 07 maggio 2013

La psicoanalisi decade insieme al divano di Freud

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Difficilmente Sigmund Freud avrebbe potuto immaginare che le sedute di psicoanalisi sarebbero diventate in futuro, materiale per la sceneggiatura di una serie televisiva americana di successo, intitolata In treatment. Ma neppure il mio analista, un secolo più tardi, avrebbe mai ipotizzato una tale nemesi.

Forse, il divano che sta cadendo a pezzi presso il Freud Museum di Londra, e per il quale viene richiesta una donazione che paghi l’intervento di un bravo tappezziere, è l’emblema stesso del decadimento di una disciplina che nel suo farsi spettacolo mostra di avere smarrito la propria essenza.

Nello studio del mio analista non c’era il divano. In compenso c’era un grande arazzo orientale che occupava un’intera parete. Vi erano ricamati disegni mandalici e segni di una scrittura arabesca, indecifrabile, che stagliava le sue figure spiralate e curve su un fondo che doveva esser stato in origine di color rosso vivo ed era diventato col tempo impolverato e smunto. Nel corso degli anni, aveva ascoltato i racconti e i sogni di una tale moltitudine di persone da guadagnarsi il ruolo di compagno di lavoro e di memoria accessoria dello psicoanalista. Il quale giurava che non l’avrebbe mai affidato a una tintoria per farne rimuovere, in una mezz’ora di lavaggio a secco, le storie drammatiche di cui i suoi fili erano impregnati.

Quasi tutti i pazienti lo notavano e molti lo trovavano bello. Quando qualcuno esprimeva il suo apprezzamento per l’arazzo, specialmente nelle fasi iniziali dell’analisi, l’analista lo prendeva come un buon segno: il transfert è un processo tanto naturale quanto tortuoso, che può prendere le forme più inaspettate, compresa la forma di un arazzo. Figuriamoci un divano. E proprio quel divano, dove si abbandonavano pazienti del bel mondo fin de siecle, affidandosi a un medico ebreo che li accompagnava in un tipo di viaggio mai compiuto prima, dentro l’inconscio e i suoi tranelli, cercando insieme una via di liberazione dall’ansia e dall’infelicità.



La psicoanalisi è stata nel corso del tempo ricerca, avventura del pensiero, temerarietà scientifica, speculazione intellettuale, terapia, trasgressione e moda, ma anche tentativo di operare una rivoluzione incruenta, che sarebbe passata non per le barricate, ma per i lettini di studi in penombra, da cui gli esseri umani sarebbero usciti più liberi e autentici, uomini e donne nuovi, capaci di migliorare il mondo.

Senza psicoanalisi non ci sarebbero grandi scrittori, come Philip Roth, il cui primo romanzo di grande successo, Il lamento di Portnoy, non è che un lungo monologo davanti al proprio analista muto. Non ci sarebbe tutto il cinema di Woody Allen, infinita commedia sulla nevrosi del desiderio. Non ci sarebbe, in breve, l’arte stessa del Novecento, in tutte le sue forme.

Adesso, mentre il divano del dottor Freud si va disfacendo in una casa londinese, la psicoanalisi si guarda in tv, mentre tutti noi affidiamo ai social media, racconti, mappe esistenziali, fotografie, pensieri e fantasie, gettandoli nella centrifuga del web che tutto digerisce. Nessun arazzo più, al quale volgere lo sguardo smarrito, mentre l’analista ti chiedeva “ma lei, cosa desidera veramente?”, e ancora non sapremmo rispondergli.

Twitter @eli_grandi

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