Candid camera

13 Maggio Mag 2013 1159 13 maggio 2013

La sporca “guerra dei vent’anni” non è ancora finita

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Dopo aver assistito (con sgomento misto a disgusto) allo speciale di Canale 5 “La guerra dei vent’anni. Ruby ultimo atto”, si capisce meglio perché Silvio Berlusconi si stia tenendo alla larga da ogni incarico istituzionale, compresa la presidenza della Convenzione per le riforme, dapprima rivendicata e poi allontanata da sé con apparente nonchalance (“io presidente? era solo una battuta di spirito”). Ogni incarico istituzionale, in questo momento, potrebbe infatti intralciare la sua offensiva contro la magistratura (quella di Milano, in particolare), costringendolo a un minimo di riguardo e facendo risaltare maggiormente quello che è ormai un assoluto eufemismo definire “conflitto di interessi”.

Nel ruolo di puro leader politico, invece, alla testa del suo esercito di elettori (in crescita per giunta, secondo i sondaggi), il nostro può dispiegare al massimo la propria potenza di fuoco, dalle piazze, all’assalto ai tribunali, alla tv, senza alcun freno imposto da un ruolo istituzionale (a parte quello, s’intende, di parlamentare della Repubblica, da lui stesso screditato con la compravendita di senatori).

Lo “speciale Ruby”, confezionato dai colonnelli dell’informazione Mediaset e mandato in onda la sera precedente al giorno della requisitoria di Ilda Boccassini al processo, è qualcosa di inconcepibile in qualunque democrazia occidentale moderna: un politico, tycoon dei media, allestisce una contro-requisitoria filmata, che ricostruisce la propria vicenda processuale secondo una logica di pura propaganda, eliminando tutte gli elementi di accusa, e la manda in onda su un canale televisivo di sua proprietà.

Persino il comizio di Brescia, del giorno precedente, può essere riletto come un “recitativo” che non era affatto rivolto alla piazza, bensì alle telecamere (“mando un messaggio ai magistrati…”), per essere collocato come glorioso incipit al video stesso, con lo svolazzare delle bandiere azzurre e le interviste ai supporter acclamanti (“lui è innocente”, “lo perseguitano”, eccetera eccetera).

Dicevamo dello sgomento provato davanti a questo spettacolo indegno. Uno sgomento che ha almeno due componenti: da un lato l’esibizione muscolare, ma al tempo stesso sottile, torbida, manipolatoria, di un potere personale colossale, tale da far apparire i ministri convenuti all’abbazia di Spineto come dei poveretti senza arte né parte, figurette incolori, marionette di un teatrino mosse da fili tenuti altrove. Da qui, la percezione che il potere di Berlusconi, fondato interamente sulla sua enorme ricchezza e su un’arroganza che straccia ogni regola per ricomporla a proprio vantaggio, proprio questo potere è il miele che attira gli elettori-formiche, come ha ben spiegato Paolo Madron nel suo ultimo editoriale su Lettera 43.

La seconda componente dello sgomento scaturiva dalla visione del diligente, devoto lavoro dei cronisti impegnati in questa ricostruzione, che non è possibile definire in alcun modo “giornalistica”. Una scaletta di temi, interviste e testimonianze così rigorosamente preparata a tavolino, da trasformare le domande in smaccati suggerimenti, come quando Ruby racconta della propria fuga dalla Sicilia per inseguire il sogno della moda e del successo, fino a che l’intervistatrice le ricorda le sue tristi vicende e allora lei cambia registro e attacca la sequela delle peripezie - tra violenza e miseria - della sua vita da orfanella perseguitata. La prestazione di questi sedicenti giornalisti al servizio del loro datore di lavoro è una delle pagine più penose mai viste, in un Paese pure abituato ad assistere a bassezze di ogni tipo.

Alla fine della trasmissione, il concetto di “sistema prostitutivo”, elaborato dai Pm di Milano per descrivere il circo delle cene eleganti di Arcore, ha assunto così anche altri significati, non certo edificanti per il mondo dell’informazione.

Twitter @eli_grandi

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