Candid camera

29 Maggio Mag 2013 1955 29 maggio 2013

Tutti gli applausi per Franca, vera cavalla di razza

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Ora che se n’è andata, ora che la sua vita viene rimessa in fila dalle sequenze di immagini che i giornali recuperano dagli archivi, ora si vede meglio quanto Franca Rame portasse in sé, nel proprio corpo teatrale e personale, un insieme di epoche della storia d’Italia. A partire da quella antichissima della Commedia dell’Arte, di cui era erede diretta attraverso la sua famiglia di origine, una compagnia di teatro itinerante, che adattava le rappresentazioni alla gente del posto; per lo più popolazioni rurali del nord-Italia, delle quali gli attori si annotavano aneddoti e tradizioni locali prima di andare in scena, per rendere loro più comprensibili e familiari i testi di autori lontani. Un teatro fatto di improvvisazione, di “recita a soggetto” e di contatto diretto col pubblico che lei, Franca, aveva letteralmente nel sangue, portata sul palcoscenico già in fasce, nelle scene in cui occorreva un neonato da ninnare.

Poi, la troviamo a Milano, nei primi anni Cinquanta, poco più che ventenne, bionda al fulmicotone, del tutto indistinguibile dalle soubrette e dalle dive dell’epoca. Letteralmente bellissima, viene scritturata grazie alla sua avvenenza dalle più varie compagnie teatrali, alle quali non interessa indagare se sappia davvero recitare, lei che aveva sempre avuto il ruolo di protagonista nelle rappresentazioni della Compagnia Rame. Ma non se la prende più di tanto: sempre meglio che lavorare in fabbrica, pensa, e d’altronde il teatro era il suo ambiente elettivo (“se mio padre avesse fatto il calzolaio – diceva – io avrei imparato a fare le scarpe”)

Vuole la leggenda che il suo incontro con Dario Fo le cambiò la vita, ed è sicuramente vero, ma almeno quanto Franca la cambiò a lui. Di fatto, dal 1954, anno del loro matrimonio, comincia un sodalizio artistico e coniugale che solo oggi, con la morte di lei, viene spezzato e che pure ha attraversato, in quasi sessant’anni, anche momenti difficili.

Insieme, Dario Fo e Franca Rame conquistano dapprima una buona notorietà grazie alla televisione, dalla quale vengono espulsi per aver citato, durante Canzonissima del 1962, il dramma degli incidenti sul lavoro. Successivamente, creano una compagnia indipendente, ma soprattutto una formula di spettacolo completamente non convenzionale, un teatro concepito sempre anche come evento pubblico e politico, che trova il suo spazio nelle fabbriche, nelle piazze e nelle strade e che nel 1974 approda alla Palazzina Liberty di Milano, dove rimangono per quattro anni.



Inizia così una nuova stagione, la più intensa e creativa e anche la più conflittuale, in quegli anni di dure contrapposizioni politiche e di battaglie contro il Potere in ogni sua forma, insieme alla solidarietà militante per i “compagni”, anche quando la collocazione di questi compagni non era affatto chiara.

E’ allora che Franca Rame diventa Franca Rame, comincia a dare voce e corpo a un proprio percorso di emancipazione, che era quello di tutte le donne, prendendo su di sé l’arduo lavoro della contraddizione tra i diversi ruoli femminili e facendone materia viva di un teatro partecipato, che richiedeva l’esibizione delle proprie ferite, compresa la crisi matrimoniale con Dario Fo, accerchiato da giovani attrici pronte a saltargli nel letto.

Anche dopo, con il passare del tempo, ritrovatasi nell’inedito ruolo (vero, non teatrale) di moglie di un premio Nobel, Franca Rame non è mai diventata una pacifica “signora in età”, non ha perduto mai quella cifra di inquietudine che arrivava direttamente dagli anni Settanta, gli anni dell’impegno e dello scuotimento delle coscienze. Le è rimasto sempre in corpo un fremito da cavalla di razza che non trova pace, che continua a galoppare e a imbizzarrirsi davanti alle ingiustizie.

E’ sempre stato chiaro che il Nobel di Dario era anche suo, perché Fo non sarebbe stato Fo senza Franca e il teatro e la politica non sarebbero stati uguali, soprattutto a Milano, senza i loro spettacoli, la loro energia infaticabile e la loro ironia. Riesce difficile pensare che ora riposerà. Noi continuiamo a pensarla viva e scalpitante, bellissima, forte e debole, coraggiosa e spaventata, primadonna e comparsa, dolce e aggressiva, inquieta, bravissima. Ha meritato, davvero, tutti gli applausi.

Twitter @eli_grandi

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