Candid camera

22 Maggio Mag 2014 1131 22 maggio 2014

Donne e carta stampata. Badesse sì, papesse no.

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Jill Abramson.

La nomina di Jill Abramson alla direzione del New York Times – prima donna alla guida del quotidiano più prestigioso del mondo - venne accolta, nel settembre 2011, con la stessa stuporosa meraviglia che si proverebbe vedendo una femmina salire al soglio pontificio.

Ponti d’oro, s’intende, se una donna diventa autorevole badessa in un convento femminile, prendi Anne Wintour, da oltre venticinque anni a capo di quella bibbia della moda che è Vogue, fino a diventare lei stessa un’icona internazionale del gusto, capace di trasformare in vezzo chic le proprie nevrosi e idiosincrasie: idolatrare la magrezza, nutrirsi solo di cappuccini, andare a letto alle dieci di sera, non presenziare per più di 15 minuti a qualunque tipo di evento, oltre a maltrattare colleghi e collaboratori come abbiamo visto ne “Il diavolo veste Prada”.

E largo anche alle donne in tv, dove impazzano a tutte le ore conduttrici, soubrette e direttore di telegiornali e anche sempre più di trasmissioni sportive, soppiantando maschi imbolsiti e certamente meno telegenici di loro.

Sembra tutto diverso, invece, quando una donna va a dirigere il New York Times o Le Monde. Se la Abramson si è fermata a due anni di direzione, la francese Natalie Nougayrède non ha raggiunto neppure i diciotto mesi, entrambe defenestrate a poche ore di distanza l’una dall’altra, come se un complotto maschilista mondiale si fosse occultamente accordato per restaurare l’ordine precedente, avventatamente violato.

A qualche giorno dalla duplice uscita di scena, la Abramson per licenziamento, la Nougayrède per dimissioni “spontanee”, causa ammutinamento della redazione, le versioni più accreditate sulle ragioni dei rispettivi editori concordano sulla componente caratteriale delle due signore: troppo autoritaria, troppo autonoma nelle decisioni, troppo poco comunicativa la prima, troppo confusa e incerta la seconda, incapace di coordinare il lavoro del giornale, oltre che di arginarne il precipitoso calo di vendite.

Le due papesse sconfitte hanno impattato sul fatto che ogni giornale (non solo quelli grandi, anche quelli piccoli) è un po’ come una Chiesa, con il suo credo, i suoi santi e cardinali e i suoi avversari infedeli. Dio, ovviamente, è l’editore, dispensatore di fortunate carriere o di terribili espulsioni.

Jill Abramson, aziendalista di ferro, al punto di farsi tatuare sulla schiena la “T” gotica della parola Times, ha forse travalicato il proprio ruolo, identificandosi direttamente con la divinità e dimenticando di essere un semplice servitore del NYT. Intanto, però avrebbe operato, nel suo biennio di direzione, per promuovere altre donne in posizioni chiave del giornale, e la sua nomina ha avuto un valore simbolico molto alto per tutte le giornaliste del pianeta. Ultimo particolare: con lei il NYT aveva ripreso quota, risollevandosi da una crisi che peraltro affligge la stampa scritta in tutti i continenti.

Ma se neppure i risultati economici hanno salvato Abramson dalla sconfitta, ci deve essere qualcos’altro, un anticorpo che rende indigesta una direttora femmina nella carta stampata, dove le giornaliste sono di solito ripartite in due tipologie: la redattrice-macchina, invisibile, che sta al Pc come fosse attaccata a un telaio, a passare pezzi su pezzi, e la fuoriclasse specializzata in notazioni di costume e attualità varia, un ruolo più che altro decorativo, sebbene con una sua indubbia preziosità.

Oppure, come racconta il recente romanzo di Luigi BisignaniIl Direttore” (ed. Chiarelettere), c’è da un lato la giornalista giudiziaria d’assalto, un po’ isterica e insopportabilmente arrogante, e dall’altro la geisha di redazione, addetta a sollazzare sessualmente il capo, lui sempre al centro di pressioni politiche ed economiche di alto livello, che si sommano alle beghe dei narcisismi interni.

Viene da chiedersi se sia effettivamente desiderabile, per una donna, occupare quella posizione di vertice, idealmente occupata da personaggi come Walter Matthau nel celebre film “Prima pagina”: un direttore capace di qualunque bassezza, seppure con molta ironia, pur di non rinunciare al suo giornalista di punta, deciso a cambiare lavoro.

Non risulta che fuoriclasse come Oriana Fallaci e Camilla Cederna siano mai state interessate a un posto da direttore di giornale. D’altra parte, la più famosa direttora di quotidiano in Italia resta Matilde Serao, a capo del Giorno di Napoli. Ma se l’era fondato lei coi suoi soldi, nel 1903, anche per fare concorrenza al Mattino, diretto da suo marito Edoardo Scarfoglio, che l’aveva brutalmente tradita con una cantante di tabarin.

twitter @eli_grandi

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