Candid camera

4 Gennaio Gen 2015 1316 04 gennaio 2015

La vendetta fa cassetta

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Cinque dei sei episodi che compongono il film “Storie pazzesche”, dell’argentino Damián Szifron, hanno per tema la vendetta. Viscerale, sanguigna, autodistruttiva, oppure progettata meticolosamente a tavolino, la vendetta ha questo di speciale, che non è (solo) un sentimento, ma è soprattutto un fatto, un’azione. Per questo, è un motore narrativo potente, perché genera concatenazioni di eventi che potrebbero continuare all’infinito. Non per niente la vendetta è una figura centrale dei poemi omerici e della tragedia antica. Talmente importante, che nella mitologia greca viene impersonata da una divinità, Nemesis, impegnata a rendere giustizia post-hoc, in un monito costante ad aspettarsi che il Fato intervenga prima o poi a presentarci il conto, punendo misfatti e delitti.

Ma oggi, nella Buenos Aires del XXI secolo, come in qualunque altra metropoli del mondo, l’individuo non può più contare su una giustizia trascendentale che castigherà i colpevoli e perciò la vendetta personalissima del singolo, qualora si ritenga danneggiato, tradito o beffato, si scaglia contro tutta la collettività, che appare distratta, inefficiente e anche corrotta.

Il bello delle “Storie pazzesche” - girate da Szaforn con uno stile icastico, al limite dell’iperrealismo - è che sono storie normali o quasi-normali: una giostra di torti da vendicare che a ogni episodio ci pone la domanda “Come mi comporterei al posto del protagonista? Anch’io mi farei travolgere dal furore fino alle estreme conseguenze? Oppure saprei frenare questa pulsione distruttiva? E se lo facessi, sarebbe un indice di educazione e civiltà, o sarebbe piuttosto il segno di una rassegnata condanna a rimanere solo uno spettatore della vita?”.

Vendetta, tremenda vendetta anche in “Gone Girl - L’amore bugiardo”, di David Fincher, pompatissimo da Hollywood e già ampiamente spoilerato dalla stroncatura di Dacia Maraini sul Corriere della Sera per la demonizzazione della figura femminile. Il problema di questo film, però, non è tanto il suo presunto antifemminismo, quanto piuttosto il fatto che il plot narrativo non si regge e fa acqua da tutte le parti.

Non si capisce perché la protagonista Amy abbia tanto astio contro un marito così pacioso e accomodante, improbabilissimo docente di scrittura creativa, in effetti gestore del bar del paese, interpretato da Ben Affleck con scarsissima convinzione e in uno stato semi-sonnolento dal principio alla fine. Non si capisce, soprattutto, perché, nell’anno 2015, una donna brillante, con due lauree prese a Harvard, una famiglia facoltosa, nessun marmocchio tra i piedi, non decida semplicemente di fare le valigie, lasciare un biglietto d’addio sul tavolo della cucina e smammare dall’odiato Missouri per tornare nel suo habitat naturale newyorchese.

Invece no. La gelida biondina frustrata, anziché trovarsi un’occupazione sul libero mercato, spreca le sue notevoli doti mentali per pianificare e disseminare indizi che incastrino il marito, colpevole soltanto di non tollerare oltre la perfezione maniacale di lei.

D’altra parte, fin dal principio del film è chiaro che la vendetta di Amy dovrebbe piuttosto rivolgersi contro la coppia dei suoi genitori, che l’hanno abbondantemente psicotizzata, creandole una finta personalità alla quale lei ha dovuto assoggettarsi.

Ma non tutto è perduto. Considerando che il film è girato con uno stile da fiction televisiva, potrebbe anche essere trasformato a breve in un “Gone Girl - la Serie”, con episodi infarciti delle sedute di Amazing Amy dallo psichiatra. Mentre il marito potrà finalmente godersi la sua ventenne scatenata e adorante, l’unica che forse potrebbe scuoterlo dal suo dannato torpore esistenziale.

twitter @eli_grandi