Candid camera

25 Febbraio Feb 2015 1340 25 febbraio 2015

Houellebecq e l’Islam. “Cherchez la femme”

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Ogni ragazza può perfettamente, con gli anni, trasformarsi in donna “casa e famiglia”, essendo in fondo il suo desiderio segreto e la sua china naturale”. Forse evitereste di leggere un romanzo che contiene questa frase, priva di alcuna ironia, in uno dei capitoli iniziali. Eppure, questa frase si trova a pagina 84 di “Sottomissione”, il libro di Michel Houellebecq che racconta il cedimento della nostra civiltà - e in particolare della Francia, culla dell’Illuminismo e della modernità - all’islamismo. E non per via di sgozzamenti e decapitazioni sanguinarie, ma attraverso ipotetiche libere elezioni dell’anno 2022, che permettono a una democrazia occidentale di suicidarsi rispettando le proprie regole di funzionamento. Nella profezia di Houellebecq la Francia – incarnata dal protagonista del romanzo, François, docente di letteratura alla Sorbona - si consegna a paradigmi culturali e sociali arcaici, ma alla fine accettabili da parte di una civiltà sfibrata e stanca, il cui modello sociale fondato sull’individuo ha fallito, perché l’individuo è solo e incapace di trovare più un senso nella propria vita.

Dobbiamo quindi immaginare che un intellettuale francese, docente alla Sorbona e studioso di Huysmans, si appassionerà veramente di Maometto e delle visioni del Corano? Niente affatto. Il processo attraverso il quale il protagonista del romanzo perviene a “convertirsi” all’Islam vittorioso, è più sottile e insinuante, e passa attraverso un lungo e denso colloquio con il nuovo rettore dell’Università, che espone la dottrina da seguire. “Se l’Islam disprezza il Cristianesimo ha mille ragioni per farlo; l’Islam ha degli uomini per presupposto”. Il Cristianesimo, secondo l’interpretazione di Nietzsche, è una religione femminilizzata, che poggia sulla figura “decadente e marginale” di Gesù. L’Islam sarebbe invece una religione “maschia”, che rimette al loro giusto posto il presunto ordine naturale tra uomini e donne.

E infatti, più delle verbose dottrine coraniche, risulta decisivo per il protagonista imbattersi, nella casa dell’anziano rettore, in una ragazzetta di quindici anni che gli viene presentata come “la mia nuova sposa”, in aggiunta a un’altra, più matura, che prepara deliziosi dolcetti per gli ospiti. E ancora più convincente è l’incontro con un collega insegnante sessantenne, da sempre noto per la sua sciatteria in fatto di igiene e abbigliamento, che si è trasformato in una persona quasi normale e quasi felice.

“Ti sei sposato? Con una donna?”, gli chiede François. “Sì, sì, con una donna – risponde quello – me l’hanno trovata loro, una studentessa del secondo anno”.

Ed è allora che finalmente si capisce come la sottomissione del maschio occidentale all’Islam funzionerebbe piuttosto come uno scambio in cui il “sottomesso” potrà ottenere senza fatica ciò che più desidera, e cioè donne sottomesse, di sua proprietà, molto giovani, e plasmate fin dall’infanzia per compiacere il proprio uomo signore e padrone. A quel punto, credere nel Dio cristiano o in Allah non fa alcuna differenza.

Il romanzo di Houellebecq, vende dunque milioni di copie in Europa non tanto per il suo valore letterario (è un libro abbastanza noioso e pedante), ma in quanto sintomo della inconscia fascinazione che l’Islam può esercitare sui maschi occidentali, proprio per quanto promette di più aberrante. Fantasticherie senza senso? Forse non del tutto, se la presidente del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, è arrivata a parlare di una “cospirazione mondiale” per discriminare le donne nel lavoro, generando una enorme perdita di ricchezza economica in tutti i paesi del mondo, inclusi i più sviluppati.

Da anni si sostiene che l’ingresso dell’Islam nella modernità dipenderà dalla trasformazione della condizione femminile: sempre e ovunque le donne, una volta conosciuta la libertà e l’indipendenza, non tornano indietro e insegnano questi valori alle proprie figlie, cambiando profondamente la società nelle sue strutture portanti. Ecco perché dobbiamo guardare con fiducia ai giovani uomini che in Turchia hanno manifestato contro la violenza alle donne, indossando abiti femminili. Quelle minigonne valgono più di mille bombardamenti contro il Califfato. Anche se arrivano in ritardo di almeno cinquant’anni.

@eli_grandi