Candid camera

25 Giugno Giu 2015 1409 25 giugno 2015

L'ultimo volo è quello della scrittura

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Se anche non si morisse di vecchiaia, si morirebbe comunque di nostalgia”. Mi è tornata in mente questa frase – tratta da una lettera di Lou Salomé a Rilke del 1921 - dopo aver finito di leggere “Ultimo volo della sera”, il romanzo di Claudio Rinaldi pubblicato poche settimane fa da Feltrinelli.

Brillante giornalista e direttore dei tre maggiori settimanali italiani (Europeo, Panorama e L’Espresso) negli anni in cui i giornali contavano, e questi tre in particolare erano vere e proprie corazzate dell’informazione, in grado di orientare l’opinione pubblica degli italiani, Rinaldi muore nel 2007, a 61 anni, dopo una lenta abdicazione delle funzioni del proprio corpo, a causa di una sclerosi multipla.

Non è chiara la genesi di questo libro che esce postumo (per volontà di moglie e figlia di Rinaldi) e che è un miscuglio tra racconto autobiografico e racconto immaginario, dove i personaggi hanno nomi fittizi a cominciare dal protagonista, che però coincide ampiamente col narratore stesso.

La nostalgia, si diceva, è un sentimento enigmatico e pastoso, fisico. E’ ritornare a quei momenti della vita in cui le cose avrebbero potuto andare in modi diversi e provare lo struggimento del fatto che, invece, sono andate proprio così come sono andate. E’ riconoscere in quel “già per sempre accaduto” qualcosa che dice di noi, una specie di destino, che finalmente è possibile interrogare e conoscere.

Così, colpisce che un uomo che, grazie al suo lavoro e alla sua posizione, ha certamente conosciuto tutte le persone importanti della sua epoca - dalla politica alla cultura all’economia - giunto alla fase più cruda della malattia e lucidamente consapevole del proprio inarrestabile declino fisico, nel suo riandare all’indietro, alla ricerca di sé e della propria storia, ritrovi soprattutto (e quasi esclusivamente) figure femminili, innamoramenti nel bene o nel male, accolti o respinti dal protagonista, che nel ripercorrerli comprende tracce di se stesso e del proprio carattere, delle proprie nevrosi e incompiutezze, incluse viltà o meschinerie, senza farsi sconti. Una donna, Daria, è anche l’interlocutrice del racconto stesso, il “tu” al quale il narratore si rivolge per rievocare la propria vicenda umana e al tempo stesso sedurre la riottosa, ma via via più cedevole, fanciulla desiderata.

Pochi, pochissimi accenni, nel libro, ai successi professionali e di carriera, già acquisiti e digeriti come se non contassero nulla, solo il raggiungimento di uno status borghese che abbia consentito una navigazione tranquilla a sé e alla propria famiglia, concedendo ampio spazio alle inquiete - e tutto sommato innocenti - digressioni sentimental-sessuali del protagonista.

La zampata del giornalista è però ancora potente nelle pagine in cui - in un dialogo a più riprese con un collega - Rinaldi inquadra e fotografa la figura del “pupazzetto” Berlusconi, disprezzato senza eccezioni in ogni suo tratto, e con perfette pennellate di lucidità umana e politica.

Ma è nella rievocazione della Milano sessantottina che viene fuori lo scrittore, mentre ci riporta alle assemblee all’Università Cattolica, alle riunioni di Lotta Continua, a giocare a carte al Bar Magenta coi vecchi del quartiere, a condividere con altri studenti un appartamento in via Carducci, che diventa da subito, come accadeva allora, un porto di mare fetido e sporco, che ospitava amici degli amici, sconosciuti, ragazzette piovute non si sa dove e già ampiamente votate al sacerdozio della liberazione sessuale.

Una giovinezza come quelle di allora, senza internet né socialcazzi, ma con il telefono attaccato alla parete e la difficoltà di ritrovare qualcuno che avevi perso di vista, senza nessun facebook per aiutarti a rintracciarlo. Un mondo più stretto e più fisico, più odoroso e rumoroso, pieno di cose a venire, belle e brutte, anche se le prime a presentarsi furono soprattutto drammatiche, vicende di piombo e di sangue.

Il racconto prende giri larghi, dal passato remoto al presente, per poi ritornare sempre al se stesso narrante, all’intimo interrogarsi di un uomo già bello e affascinante, che si imbatte in una malattia paradossale, che ti toglie via via il controllo di te e ti spegne lentamente, come in una morte al rallentatore. E allora tutte queste donne conosciute, amate o rifiutate, prese e tradite, sembrano evocate come un coro tragico dal quale implorare un tardivo aiuto: perché sono le donne che hanno a che fare con il corpo, che avrebbero potuto salvarlo, proteggerlo dalla catastrofe, con le loro dolci mani e i baci e sorrisi. L’ultimo volo della sera, il patetico lavorio di seduzione di una ruvida venticinquenne aspirante attrice, è un ultimo volo del tacchino, prima del crollo finale. Se di volare non siamo capaci, possiamo però scrivere. E questo è senza dubbio il libro di uno scrittore.

Twitter @eli_grandi