Candid camera

17 Settembre Set 2015 1350 17 settembre 2015

Morte a credito. Passare all'incasso.

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Nella notte di San Silvestro del 1999, un mio amico, parecchio più anziano di me, trascorse ore angosciose in attesa della mezzanotte. Non temeva il celebre Millennium Bug, che minacciava di far crashare la rete informatica mondiale. No, il suo dilemma era un altro. Alla mezzanotte di quel giorno sarebbe scaduta una vecchia polizza assicurativa sulla sua vita: nel caso in cui fosse morto, ai suoi figli sarebbe andato un consistente gruzzolo di denaro, che avrebbe reso meno impervio il loro cammino nella vita.

All’epoca, questa vicenda mi divertì molto e pensai di scriverci un racconto, anche se conoscevo già il finale, dato che il mio amico era lì davanti a me, nell’anno 2000, ancora vivo e pimpante: l’assicurazione si era estinta e i suoi figli se la sarebbero cavata con quel che c’era, senza iniezioni di denaro fresco.

Questa storia mi è tornata in mente qualche giorno fa, quando la zelante consulente di una grande Compagnia di assicurazioni, mi ha chiamato per propormi una polizza vita.

Dalla notte del 1999 sono passati quindici anni e quello che mi fece sorridere come una faccenda lontanissima da me e dalla mia età di allora, oggi diventa improvvisamente interessante, tanto che decido di ascoltare la proposta della fanciulla, che con sinistra nonchalance mi snocciola scenari di guadagno derivanti dal mio decesso.

Ed ecco qua.

Con circa mille euro l’anno, assicuro ai miei figli (anche loro giunti nel frattempo all’età impervia) un bottino di 100 mila euro. Sempre che io crepi di morte naturale o di malattia entro dieci anni dalla firma del contratto. Ma se muoio cadendo dalle scale e battendo la testa, il capitale raddoppia e sale a 200 mila euro. Non è finita. Se resto vittima di un incidente stradale - eventualità che la Compagnia deve giudicare improbabilissima – il gruzzolo triplica addirittura, fino a toccare la ragguardevole cifra di 300 mila euro.

“E in caso di suicidio?”, chiedo io, ormai trascinata in questo sabba di scenari di morte (la mia morte). E quella, serafica: “Nessun problema. Il suicidio è contemplato, ma solo dopo due anni dall’accensione della polizza”. E certo, mica scema la Compagnia, che tu magari decidi di farla finita, il giorno prima firmi il contratto, e con un solo versamento ridicolo arricchisci qualcuno...

Insomma, io non ci ho dormito la notte.

Anzitutto perché la nostra morte, alla quale dedichiamo metafisiche riflessioni nelle ore di insonnia, temendola o corteggiandola, ma sempre a distanza di sicurezza, nelle parole della diligente piazzista diventava un fatto concreto e statistico, e soprattutto certo nella sua certezza.

Poi, nella proposta assicurativa il mio decesso usciva da un contesto personalissimo ed esistenziale, per essere invece prefigurato come una operazione finanziaria di discreto interesse: perché lasciarlo accadere (o meglio subirlo), la salma tumulata nel suo loculo come un vuoto a perdere, e nessuno che ci guadagni qualcosa?

“Noi non siamo come altre assicurazioni, che spesso non avvisano i beneficiari in caso di morte dell’assicurato. Noi li avvertiamo”, ha precisato la brava consulente. E solo più tardi, ripensandoci, avrei voluto chiederle: “Ma come fate voi a sapere che io sono morta, quando morirò? A saperlo prima dei miei figli, intendo”.

Allora, ho capito che la Compagnia è Dio. Firmerò la polizza, e sarò certa di sopravvivere per i prossimi dieci anni. La Compagnia mi preserverà in buona salute per non scucire il capitale assicurato. A meno che i miei figli non mi gettino prima giù per le scale, per intascarsi il bottino.

Twitter @eli_grandi