Candid camera

16 Novembre Nov 2015 1150 16 novembre 2015

Parigi e la gravità del danno

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Della tragedia che si è consumata a Parigi il 13 novembre, colpisce la gravità. Gravità non solo perché si è trattato di un attentato spaventoso e atroce, un fatto “grave” per il suo svolgimento, per il massacro compiuto di giovani vite, per le conseguenze che avrà. Gravità soprattutto nel suo senso letterale, intesa come forza che attrae verso un centro.

La strage di Parigi ha generato, e sta generando, la percezione di un ricadere giù, un collassare dentro la fragilità e la precarietà dei nostri corpi e delle nostre vite, colpite nella loro concretezza e in quella apparente e scontata solidità, che ci permette di essere così “virtuali”, incorporei, connessi in ogni istante alla rete universale, flussi di pensieri che sfrecciano nel web attraverso i social network, tra parole twittate e immagini instagrammate.

All’improvviso, ricadiamo giù, dentro i nostri corpi di viscere e sangue, di ossa pronte a spezzarsi, di cuori trafitti da proiettili, sparati da figuri vestiti di nero, che vogliono proprio questo: infrangere un immaginario, il nostro immaginario contemporaneo di un’umanità sempre più evoluta, intelligente, creativa e tecnologica, capace di debellare i mali e di sfidare il tempo, un’umanità sempre più “universale”, per la quale la libertà di essere, muoversi, pensare e parlare è come l’aria che respira.

Loro arrivano e sparano coi loro kalashnikov come se dicessero “Chi vi credete di essere? Siete solo fragili corpi preda della morte. E la morte è qui adesso, ve la portiamo noi che siamo pronti a morire, perché la nostra vita non vale niente, è solo lo strumento di una militanza religiosa e politica nel nome di Allah”.

Le foto dei giovani uccisi dentro il Bataclan, pubblicate sui giornali, sono strazianti. Sono foto di nostri possibili amici e colleghi. Soprattutto, sono immagini dei nostri figli, umanità futura che viene spazzata via da una raffica di mitra sparata nel mucchio, come se queste persone fossero appunto un mucchio indistinto, e non singoli individui, ciascuno con la propria unicità assoluta e sacra.

Se questa è una guerra - ed è difficile negare che lo sia - il conflitto è proprio tra concezioni diverse dell’umano, del suo valore e della sua libertà. Non è che il nostro mondo sia perfetto, privo di abnormi ingiustizie e di contraddizioni dolorose. Ma è un mondo in movimento, che ha un futuro perché gli esseri umani, il loro impegno, la loro intelligenza e il loro cuore sono al lavoro ogni giorno, ponendosi domande e cercando soluzioni ai problemi. Il mondo dei jihadisti è invece un paesaggio cupo e immobile, come un cimitero abbandonato, che fa soltanto orrore.

Twitter @eli_grandi