Candid camera

10 Gennaio Gen 2016 1735 10 gennaio 2016

La Grande Scommessa tra cialtroneria e frode

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In periodo di sconquassi finanziari (Banca Etruria e dintorni), può essere utile andare al cinema a vedere “La Grande Scommessa” e imparare così qualcosa sul criptico mondo della finanza. Talmente misterioso che persino i protagonisti del film, che pure lavorano nell’ambiente, non smettono di stupirsi di quello che scoprono.

Il titolo italiano traduce l’americano “The Big Short”, dove “short” sta per vendita allo scoperto, ossia una vera e propria scommessa contro titoli di cui si prevede il ribasso, nella fattispecie i maledetti mutui subprime il cui crollo generò, tra il 2007 e il 2008, uno tsunami finanziario che investì l’intera economia mondiale.

Già alcuni anni venne girato, sullo stesso tema, il film “Margin call”, che in un’atmosfera cupa al limite del lugubre, suggeriva l’esistenza di un gotha di divinità di Wall Street, abitanti di un mondo parallelo precluso ai comuni mortali, che tengono nelle proprie mani (niente affatto pulite) i destini di milioni di cittadini alle prese con miseri stipendi, mutui e bollette da pagare.

“The Big Short” è un film diversissimo, anzitutto per una regia (di Adam McKay) originale e spiazzante, capace di mixare il documentario, la fiction e il videoclip musicale, oltre ad orchestrare un gruppo di attori formidabili, su cui primeggia Christian Bale nel ruolo del dottor Michael Burry, personaggio vero, così come tutti gli altri del film.

Bale riesce a rendere perfettamente l’eccentricità di Burry, un medico californiano afflitto da insonnia, che nelle notti passate in ospedale, dopo massacranti turni di lavoro, si dedicava a studiare manuali di finanza, elaborando proprie strategie di investimento e raccontandole in un blog sempre più seguito. A un certo punto, il dottor Burry guadagna così tanto che abbandona la professione medica e crea un fondo di investimenti a Wall Street, finanziato da un grosso banchiere che aveva apprezzato le sue teorie.

E’ proprio lui, Michael Burry, il primo a intuire - e poi a essere certo - che il mercato immobiliare americano è una bolla costruita sulle sabbie mobili, ovvero su mutui concessi a chiunque, senza alcuna garanzia e nessun controllo, vera e propria “merda”, che viene poi impacchettata in obbligazioni al quadrato e al cubo, con le agenzie di rating pronte ad assegnare le triple A senza alcun criterio razionale, ma semplicemente basandosi sul fatto che “il mercato immobiliare è solidissimo da molti anni”.

Se in “Margin Call” il crac mondiale sembrava originare da personaggi intoccabili riuniti all’ultimo piano di un grattacielo di Manhattan, in questo film si dispiega la natura del sistema finanziario, in bilico tra cialtroneria e frode, con funzionari strapagati per inventare nuovi castelli di carte da buttare sul mercato.

Alla fine, coloro che hanno fiutato il crac e ci hanno scommesso, realizzano enormi profitti, ma tutti sono consapevoli che ad aver perso è il sistema stesso, il loro mondo. Un mondo peraltro rapidamente ricostruito, senza che nessuno abbia veramente espiato per le colpe commesse.

Dopo quel botto, Michael Burry ha liquidato il proprio fondo e da allora investe solo sull’acqua. Considerato che il ragazzo ha fiuto, converrebbe tenerne conto.

@eli_grandi