Candid camera

27 Gennaio Gen 2016 1439 27 gennaio 2016

"Spotlight", odore di carta

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Se un film può avere un odore, Spotlight ha odore di carta. La carta dei vecchi giornali che ingombrano le scrivanie dei cronisti. Quella degli archivi cartacei, da cui sapienti ricercatrici sanno estrarre rapidamente i materiali richiesti per documentare un pezzo. Le cartelline con dentro i ritagli che possono tornare utili. La carta delle fotocopie. La vicenda del film Spotlight si svolge nel 2001, ma sembrano passati almeno cinquant’anni da quel tipo di giornalismo, che aveva nella carta le sue fondamenta, mentre la concorrenza del digitale e di Internet era ancora allo stato nascente.

Poi, Spotlight ha l’odore delle strade che i giornalisti percorrono per andare a parlare personalmente con chi può rivelare notizie, ha l’odore degli uffici del tribunale e degli studi di avvocati che sanno più di quanto dicono, ha l’odore stantio delle case-topaie dei reporter, che tanto a casa non ci stanno mai, perché sono sempre in redazione e semmai lavorano anche quando tornano a casa, mangiando la pizza direttamente dal cartone.

Per il piccolo team investigativo del Boston Globe, denominato appunto Spotlight, la sfida è riuscire a documentare lo scandalo dei preti pedofili nella città americana, che portò all’allontanamento del cardinale Law, ma fu solo l’inizio di una colossale onda nera di vergogna che la Chiesa cattolica non ha ancora ripulito del tutto.

Il nuovo direttore del giornale, appena arrivato da Miami, ha uno stile understatement ma le idee molto chiare: non si tratta di denunciare singoli casi isolati di sacerdoti pedofili, che verrebbero rapidamente liquidati come “mele marce”. No, l’obiettivo è smascherare il sistema stesso, che vede la Chiesa, nei suoi alti vertici, consapevole e dunque complice nell’insabbiamento dei reati commessi da un numero inimmaginabile di preti, che sceglievano le loro vittime soprattutto tra ragazzini di periferia, con famiglie disastrate, che proprio in Chiesa cercavano protezione e conforto.

Spotlight (in uscita nelle sale il prossimo 18 febbraio) è un film serissimo, fatto benissimo, con attori bravissimi, in particolare Michael Keaton che coordina il team dei reporter, Mark Ruffalo giornalista investigativo sanguigno, sovrappeso e malvestito, capace di ottenere con garbata insistenza le notizie che cerca, e Stanley Tucci nel ruolo dell’avvocato delle vittime, che ha il medesimo obiettivo del giornale: rendere pubblico lo scandalo, per evitare ad altri ragazzini quello che troppi hanno già subìto.

Un film pacato, senza superuomini e senza eroismi, quasi una docu-fiction che ricostruisce una vicenda realmente accaduta, e soprattutto ricostruisce un’epoca e un modo di fare giornalismo. Sempre dalla carta (non rivelo come) arriverà la risorsa principale per completare l’inchiesta e pubblicare la verità dei fatti, mentre il regista dedica una lunga inquadratura dall’alto al cartellone pubblicitario di AOL (America On Line) nel momento in cui i grandi provider si affacciavano sul mercato. Un monito silenzioso a quel che sarebbe accaduto dopo, che accade adesso, e che ha cambiato il mondo.

Twitter @eli_grandi