Candid camera

4 Febbraio Feb 2016 1433 04 febbraio 2016

Che cosa amiamo di Milano e non vorremmo perdere

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Come dice un mio amico che vive a Milano, ma passa parte del suo tempo anche nella Capitale, “Diciamo la verità, a Roma la gente non lavora. Può apparire indaffarata, fa molta scena, ma in realtà non lavora come lo intendiamo a Milano”.

Magari l’affermazione è un po’ tranchant, però corrisponde senz’altro a un’impressione che noi milanesi proviamo durante le trasferte a Roma, dove è tutto diverso: diverse le riunioni, i ritmi, i pranzi lunghissimi, le divagazioni personali, dove ogni “conosco benissimo il tale, siamo amici” sembra valere più di qualunque merito professionale e dove l’espressione “farsi il culo” significa qualcosa che a Milano è la pura normalità quotidiana.

Non è la produttività in questione, bensì uno stile, un modo di fare e di interpretare la vita e il lavoro, e anche un modo diverso di percepire la città e il contesto.

Diciamo la verità, se Roma è a buon diritto la capitale d’Italia, è anche vero che Milano è diversa dal resto della nazione, è un mondo a sé, un po’ come New York rispetto agli Stati Uniti, o come lo sono Parigi e Londra rispetto ai loro paesi.

Questo carattere, che esiste in latenza da sempre, è sbocciato come non mai negli ultimi anni, soprattutto da quando i suoi abitanti hanno detto basta alla squallida serie di sindaci di basso profilo (o di alte ambizioni), che stavano sulla città come tappi, e hanno scelto una guida diversa, più simile ai cittadini stessi, in grado di stappare le energie già circolanti e fare in modo che prendessero forma.

Giuliano Pisapia ha portato a Milano una cosa semplice che però mancava da anni: la sensazione che il Comune “ci sta pensando” e lo sta facendo con intelligenza. I problemi esistono, ognuno di noi incontra delle criticità nella vita quotidiana. Ma in questi anni abbiamo avuto sempre la percezione che qualcuno ci stava già pensando e avrebbe preso in mano la situazione, sperimentando soluzioni, sulla base di una visione della città vissuta da dentro, in una logica sempre inclusiva.

Anziché asservirsi ai grandi potentati economici della metropoli, il sindaco ha lavorato per integrarli nel progetto di città, incanalando le loro risorse verso iniziative belle o utili per la collettività, rendendoli orgogliosi di contribuire al rilancio di Milano.

Il colore “arancione” del movimento che portò alla vittoria del sindaco ha significato anche questo: il rosso di un orientamento a sinistra, mescolato col giallo dell’energia e dell’apertura all’innovazione, procedendo senza schemi precostituiti, ma scegliendo di volta in volta il percorso più coerente con gli interessi collettivi.

A pochi giorni dalle primarie del centrosinistra, ci chiediamo: riusciranno gli attuali candidati sindaci a proseguire questa esperienza, senza spezzare il nostro innamoramento per la città?

Sì, se sapranno farsi carico dei problemi in modo concreto, andando a conoscerli da vicino, per poi provare a risolverli entro una visione d’insieme del contesto urbano. No, se pretenderanno di sovrapporre alla città una propria ideologia solo politica, o, al contrario, un metodo gestionale che, per non “sporcarsi” con la politica, rischia di rimanere astratto, scollegato dalla vita reale delle persone.

Paradossalmente, il “metodo Pisapia” è stato un non-metodo, un rimanere aperti alle possibilità, andando a cercare le soluzioni in più direzioni, senza preclusioni e senza pregiudizi. Che è esattamente come si lavora a Milano, e come vorremmo continuare a fare, in sintonia con la nostra città.

Twitter @eli_grandi