Candid camera

19 Settembre Set 2016 1240 19 settembre 2016

I sofisticati cazzi propri della famiglia Bloch

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La famiglia Bloch cade a pezzi, proprio come lo stato di Israele, sconvolto da un catastrofico terremoto, cui si aggiungono attacchi sciacalli da parte dei nemici storici del Paese.

Nelle 666 pagine del romanzo “Eccomi” (Guanda), Jonathan Safran Foer racconta questa implosione parallela, che sembra seguire il modello dei frattali: ogni famiglia ebrea, anche se abbondantemente integrata – come in questo caso - nella middle class di Washington, riproduce in piccolo l’intero popolo d’Israele, con i suoi rituali e le sue dottrine identitarie, benché esauste e spompate, qui, dallo sguardo occidentale che non riesce più a credere veramente in niente.

“Eccomi” è un romanzo su una famiglia ebrea americana, una coppia in crisi con tre figli adolescenti maschi, tutti a loro modo genialoidi, più Argo, cane anziano e malato, che pare riassumere, nella propria inerzia e nel proprio impaccio, il fondo rinunciatario e depresso che attraversa tutti i personaggi.

L’intero romanzo è pervaso da una sorta di asfissia, generata dal cerchio stretto delle relazioni familiari e dalla vagonata di autobiografismo dell’autore, che ha divorziato dalla moglie scrittrice Nicole Krauss (da cui ha avuto due figli) e attualmente sta con l’attrice Michelle Williams, vedova di Heath Ledger (morto nel 2008, a trent’anni, per overdose di farmaci).

Entrati nella famiglia Bloch, protagonista del romanzo, veniamo trascinati dentro un ricamo puntuale e meticoloso di dialoghi e pensieri e retropensieri, da cui si dipartono infinite digressioni collaterali che continuamente vanno e ritornano alle radici e alla cultura ebraica, come una possibile sorgente di appartenenza e di senso, che tuttavia non riesce a spostare il corso, in fondo banale, degli eventi: un marito insoddisfatto che flirta con una collega inviandole messaggi molto spinti , una moglie inquieta che intende recuperare il tempo perduto a crescere i figli, e tre adolescenti contemporanei, che vivono in un mondo a cavallo tra reale e virtuale. Intorno, i genitori di lui e il nonno morente, figure cardine dell’attaccamento alla tradizione ebraica, che appare però ormai debole e fiacca per le nuove generazioni.

Il virtuosismo della scrittura di Safran Foer, il suo cerebralismo, sul quale si spalancano istanti di verità, non riesce a rompere quel senso di asfissia che sembra la cifra principale del romanzo.

Sappiamo poco del lavoro del capofamiglia, Joacob Bloch, sceneggiatore di una serie tv, non sappiamo nulla della presunta amante, che rimane solo un fantasma per proiezioni erotiche estreme. Salvo qualche breve uscita verso l’aeroporto e il veterinario, non vediamo oltre la casa, oltre le stanze dei figli, oltre il letto matrimoniale della coppia scoppiata. Soprattutto, non vediamo l’America, chiusi dentro la nevrosi della famiglia Bloch, che implode sotto un mare di parole dette e pensate, sotto una gragnuola di digressioni, forse il tentativo estremo di tenere insieme un progetto di vita che si sfrangia da tutte le parti.

L’unico mondo esterno che viene evocato è quello di Israele e del terremoto che devasta i suoi territori, ma anche questo è lontano, irreale, come il paesaggio di una racconto metaforico.

Alla fine, ci resta l’impressione che Safran Foer abbia chiuso i conti così, con questo romanzo fiume, con il suo precedente matrimonio. Come certi amici che ti inchiodano per tutta la sera a raccontarti come sono andate le cose con la loro separazione. E tu li lasci parlare e gli versi ancora un altro bicchiere, sperando che il sonno prevalga e si faccia l’ora di tornare a casa a dormire.

Twitter @eli_grandi

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