Candid camera

5 Dicembre Dic 2016 1227 05 dicembre 2016

Scilipotismo batte Leopoldismo 60 a 40

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Nel suo discorso di commiato, pronunciato subito dopo la conferma che una valanga di No aveva decretato la sua sconfitta inappellabile, Matteo Renzi ha ringraziato commosso tutti coloro che hanno votato Sì. Un ringraziamento fatto con il nodo in gola, quasi tra le lacrime, quasi sotto choc, per un verdetto che lo impallina e lo affonda senza pietà. Nel frattempo, già si levavano le dichiarazioni della assortita compagine di avversari, ciascuno già vestito da prossimo leader di chissà quale palingenesi politica.

Chi esulta per il successo del No, sentendosi fiero paladino della democrazia, potrebbe a breve scoprire di aver soprattutto contribuito, col proprio voto, a riesumare una schiera di zombie, che avremmo preferito vedere archiviati dalla vita politica.

Nessuno è perfetto, neppure Renzi. Ma uno può essere la persona giusta al posto giusto in un dato momento. E chi ha votato Sì non l’ha fatto necessariamente per amore della persona del premier, bensì sulla base di uno sguardo più articolato, che vedeva appunto in Renzi il portatore di un’energia di cambiamento e di svecchiamento più grande di lui. Nell’idea del Sì c’era una visione del paese che sarebbe andata oltre Renzi, a sua volta rottamabile come tutti, ma solo dopo aver traghettato l’Italia su una sponda di maggiore modernità e dinamicità.

Oggi, tutti bravissimi a elencare e ad analizzare gli errori del premier uscente, con una pioggia di commenti che lo inchiodano alle sue colpe: troppo arrogante, troppo narciso, troppo di destra, troppo sicuro di sé, troppo populista, troppe promesse, troppi chilometri, troppe parole. Troppo ingenuo, soprattutto, nel non percepire l’onda che montava contro di lui per defenestrarlo in nome… di cosa? Della difesa di un sistema politico frammentato e litigioso, impastato di corruzione? In nome dei proclami leghisti di uscita dall’euro, di alleanze con Putin, di espulsione degli immigrati? O forse in attesa di un governo del Direttorio grillino, talmente evoluto da sembrare una parodia di “Ecce Bombo” trapiantata nella realtà politica? O magari in nome di una sinistra dura e pura, che comunque non riuscirà a prevalere, e si condannerà ancora una volta a un galleggiamento di loffia opposizione?

Non sarà facile trovare un altro come Renzi, a cui piaccia così tanto governare l’Italia, questo paese così difficile, sempre in bilico tra modernità e regressione. E non era facile prendere in mano questo paese dopo la devastazione del ventennio berlusconiano, tanto che molti Sì al referendum sono stati determinati anche solo dal terrore di un ritorno in auge della maschera di cera dell’ex Cavaliere.

Renzi ha svolto il suo compito con impegno e intelligenza in molte questioni, non senza quel surplus di spavalderia che l’ha portato, infine, alla rovina.

Dovessi dire qual è stato il suo pasticcio più grave, sceglierei la Leopolda, una trovata a metà strada tra un raduno di boy scout e una convention aziendale, coi tavoli di lavoro e i testimonial, completamente avulsa da ogni legame con le tradizioni di partito, e alla fine del tutto simile a un club di fighetti che se la tirano, tra paroloni altisonanti e disprezzo per chi sta fuori dal cerchio della corte. Un peccato di alterigia e di snobismo, da signoria rinascimentale, che nessuna “operazione simpatia” poteva più riscattare.

Ma non si vedono all’orizzonte grandi trionfi neppure per quell’area del Pd, che ora esulta dopo avere espresso e affossato per la terza volta un governo di centrosinistra (Prodi nel 1998 e ancora Prodi nel 2008).

Alla fine, Scilipotismo (o Bertinottismo, o Mastellismo) batte Leopoldismo 60 a 40. Renzi impari la lezione, abbassi la cresta e faccia un bagno di realtà. C’è ancora bisogno di lui.

Twitter @eli_grandi

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