Candid camera

12 Ottobre Ott 2017 1116 12 ottobre 2017

“Qui, ma non qui”. L’amore in stile New Yorker

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La morte di Lillian Ross, deceduta lo scorso 20 settembre a New York, all’età di 99 anni, ha fatto rispolverare l’aggettivo “leggendario”, riferito a una professione oggi screditata e in crisi come quella giornalistica. Leggendaria lei, Lillian, per oltre sessant’anni reporter del New Yorker, a partire dal 1945. Leggendaria, ovviamente, la rivista. Leggendario il direttore William Shawn, che ne fu alla guida per trentacinque anni consecutivi, dal 1952 al 1987. E leggendaria, pure, la storia d’amore che legò Ross a Shawn per quattro decenni. Una storia di amore clandestino, narrata dalla stessa Ross - sei anni dopo la morte di lui - in un libro intitolato “Here but not Here: A Love Story”.

Ross teorizzò e praticò per tutta la vita uno stile giornalistico tanto brillante quanto impersonale, basato essenzialmente sui fatti, dai quali, unicamente, deve sgorgare la verità, senza inopportune intrusioni dell’autore. Il giornalista, diceva, dev’essere “come una mosca sul muro”, una presenza quasi invisibile, che si limita a registrare quanto avviene e a riferirlo, tratteggiando personaggi e vicende solo così, attraverso descrizioni e dialoghi e legando il tutto con lo stile della scrittura, che nel caso di Lillian Ross era arguto e spiritoso. Aborriva le interviste registrate perché le giudicava “senza vita”. Annotava tutto sul suo taccuino, filtrando già così, alla fonte, gli spunti migliori per un buon pezzo.

Proprio in questo modo, partecipando in silenzio e ascoltando tutto quello che avveniva intorno, nel 1952 scrisse un reportage in cinque puntate - divenute poi il libro “Picture. Processo a Hollywood” – sulla lavorazione del film The Red Badge of Courage (La prova del fuoco in italiano) di John Huston. Muovendosi liberamente ma discretamente sul set, sorridendo e prendendo appunti, Lillian raccolse il materiale per raccontare poi le discussioni tra il regista e la produzione, che interveniva per modificare trama e personaggi, cambiare le battute, ridurre il budget, e poi le rivalità tra gli attori, le bizze degli sceneggiatori e tutto il variegato contesto della Hollywood degli anni Cinquanta. Un reportage che viene considerato la nascita del cosiddetto “new journalism” o “literary journalism”, che ancora caratterizza stile e contenuti del New Yorker.

Ma perché Lillian era andata a Hollywood? E’ solo nel suo libro del 1998, “Here but not here” che si scopre la risposta: “Quello che accadeva tra me e Bill Shawn non sarebbe stato accettabile per la mia famiglia, per una corte di giustizia o per il Papa. Le complicazioni da gestire erano troppe per me. Cercai di sottrarmi e partii per la California. Rimasi là, lontano da lui, per circa un anno e mezzo. Ma, semplicemente, non funzionò. Le circostanze erano contro una nostra unione, ma il mio tentativo di resistere fallì”.

Abbandonato lo stile impersonale che aveva predicato per tutta la vita, intorno agli ottant’anni di età, Lillian Ross decise di raccontare la sua storia d’amore con quell’uomo complicato, riservato, gentilissimo, tormentato da diverse fobie, eternamente frustrato per il fatto di dover dedicare tutte le energie alle opere di altri scrittori, senza poter esprimere la propria peculiare creatività.

Di undici anni più vecchio di Lillian, Shawn era diventato direttore del New Yorker nel 1952, dopo la morte dell’altrettanto leggendario direttore (e fondatore della rivista) Harold Ross. Una rivoluzione per il New Yorker: quanto quello era volitivo, chiassoso, ossessionato dal fact-checking, tanto Shawn era discreto, felpato, capace di acquistare testi che non avrebbe mai pubblicato solo per non ferire l’autore o per evitare ogni conflittualità. Congedava ogni visitatore accompagnandolo dal proprio ufficio fino agli ascensori. “Spiacevole” era la sua parola più aspra per definire qualcuno che gli repelleva.

Dunque, lei fugge in California, vi resta un anno e mezzo, poi ritorna e accetta di essere vinta dall’amore con Bill. Ma c’è un grosso problema. Shawn è sposato e ha tre figli. Che fare?

“Insieme, decidemmo che la nostra relazione non doveva rimanere segreta per Cecilie. Quando Bill glielo disse, ne parlarono tra loro per settimane e per mesi, una sorta di lunga agonia per entrambi, e infine lei prese la sua insindacabile decisione: sarebbero rimasti sposati e lui avrebbe provveduto a organizzare la logistica della sua doppia vita”.

Così, la loro relazione rimane clandestina per tutti, salvo che per la moglie di lui.

“Bill non ha mai considerato il divorzio dalla moglie, né io ho mai pensato di chiederglielo. Non sono mai stata quel tipo di donna che si arroga il diritto di analizzare o intromettermi o dire a qualcuno quello che dovrebbe provare. Non l’ho mai fatto scrivendo di altre persone. Nonostante le circostanze del suo matrimonio, Bill non solo si preoccupava per Cecilie, la amava e l’avrebbe amata sempre, ma la vita lo condusse a me e io non ho mai messo in dubbio che questo appartamento fosse la nostra casa”.

Dopo anni di incontri in luoghi occasionali, nel 1958 i due amanti mettono su casa, al dodicesimo piano di un grattacielo, a poche centinaia di metri dall’abitazione della famiglia di lui. “Sono là, ma non sono là”, diceva e ripeteva Bill a proposito della sua vita matrimoniale, e confessava a Lillian di pensare talvolta al suicidio, per punirsi del male che infliggeva a Cecilie.

Al New Yorker, per molto tempo nessuno si accorge di nulla. “Gli altri ci lasciavano in pace. Per tutta la nostra storia, non abbiamo mai avuto bisogno di parlare ad altre persone della nostra vita insieme. Occasionalmente, abbiamo cenato o siamo andati a teatro con altre coppie, ma di fatto non sentivamo il bisogno di avere una “vita sociale”. Ci interessava soprattutto stare tra di noi, uno con l’altra. Dopo un po’ di tempo, i colleghi si accorsero della nostra relazione. Ci vedevano arrivare in ufficio insieme. Ci vedevano insieme a teatro, a un concerto, per strada, al parco. Ci videro entrare e uscire insieme da un palazzo. Se ci sono stati dei pettegolezzi, non ci sono mai arrivati. La maggior parte delle persone rispettò la nostra privacy”.

Lillian Ross, che era stata assunta al New Yorker nel ’45 insieme ad altre donne, per sopperire alla scarsità di personale maschile a causa della guerra, si fece notare, qualche anno dopo, per un suo ritratto di Hemingway, che aveva seguito durante un soggiorno dello scrittore a New York e di cui Ross raccontò quello che beveva, mangiava, fumava e diceva. Il suo collega più anziano, il giornalista James Thurber, scrisse che Lillian aveva “aggiunto una nuova dimensione, una nuova scintilla al genere del ritratto”.

Lei non divenne mai una personalità pubblica, eppure contribuì a creare e consolidare la personalità del New Yorker, scrivendo oltre 500 tra articoli e reportage, incluse le due rubriche “Talk of the Town” - brevi e arguti resoconti di incontri ed eventi a New York - e “Goings on About Town”, con i suggerimenti per gli eventi culturali in città.

Avrebbe voluto un figlio da Shawn, ma non poté averne. Ne adottò uno, Erik, in Norvegia, e Bill gli fece da padre. Quando lui era depresso, stanco e frustrato, Lillian evitava di dirgli quanto invece lei fosse invece innamorata del proprio lavoro di autrice e giornalista. Verso la fine, dopo che entrambi si erano ritirati dal lavoro ed erano ormai molto anziani, lui le disse “Per favore, non dimenticare la mia vita”. Così, lei scrisse un libro per raccontare di lui e della loro storia d’amore. Qualcuno la accusò di tradimento e fu criticata per avere rivelato tutto mentre la moglie di Shwan, Cecilie, era ancora in vita. (Tra parentesi, anche Cecilie, come Lillian, è morta a 99 anni, a dimostrazione che talvolta le pene d’amore fanno benissimo alla salute).

Nel libro “Here but not Here”, Lillian scrive: “Mi piacerebbe essere di nuovo con Bill a vedere uno spettacolo, e precisamente il musical “Pacific Overtures”. Usciamo dal teatro accaldati, mentre fuori la temperatura è di parecchi gradi sotto zero, è una delle notti più fredde del 1976. Ma non ce accorgiamo. Perché quello che scorreva tra noi ci riscaldava, era la sensazione di essere pienamente vivi”.

Questo articolo è stato pubblicato su Pagina 99 del 6 ottobre 2017

Twitter @eli_grandi

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