Chaise longue

2 Giugno Giu 2012 1311 02 giugno 2012

La teoria di Robin Hood per il patrimonio artistico, togliere ai ricchi per “donare” ai “poveri” può veramente salvare tutti

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La rappresentazione di un edificio al momento del crollo è parte di una serie pittorica con cinque scene, tratta dalla vita dell’evangelista Giovanni  e compiuta da un non ancora identificato artista, tra il 1315 e il 1318,  sulle pareti laterali dell’abside centrale della Chiesa di S. Agostino, a Rimini. Nella sequenza delle immagini in alto nella parete sinistra è un complesso di notevoli edifici con costruzioni centrali incoronate da cupole, piccole torri e alte colonne, al momento della sua violenta distruzione. Alcune parti dell’edificio cadono verso destra, le sottili colonne si frantumano in più punti, profonde incrinature dentellate attraversano i muri e le statue cadono dai loro piedistalli. Come in un’istantanea le pietre che precipitano in profondità e i frammenti architettonici sono immortalati in caduta libera. Minacciata dagli edifici che crollano, nella parte destra del quadro, una folla di uomini fugge.

L’Italia dei Musei, dei Palazzi storici, dei siti archeologici, come quella delle biblioteche e degli archivi, spesso appare così. Come negli affreschi di S. Agostino. In una continua, quasi inarrestabile rovina. Provocata non solo da eventi distruttivi non preventivabili, come nel caso dei tanti edifici colpiti dal sisma, nelle province di Modena e Ferrara. Più di frequente dall’incuria provocata da risorse economiche insufficienti perfino a garantirne la sopravvivenza. Tanto più che non di rado quel poco a disposizione viene impiegato in operazioni evidentemente senza alcuna ratio. Anche per questo Pompei si trova nelle condizioni note. Come Paestum, che a dispetto dell’indegno “contorno”  è un sito Unesco, e della vicina Necropoli del Gaudo, utilizzata come discarica. Come Canne della Battaglia, non lontano da Barletta, teatro del celebre scontro tra Romani e Cartaginesi nel corso della seconda guerra punica. Come la Valle dei Templi, ad Agrigento. Come la Domus Aurea, che dopo il crollo del marzo del 2010 è ancora interdetta al pubblico. Oppure come le Mura Aureliane e il Colosseo. Ma anche, come il mitreo di Marino, cittadina dei castelli romani, minacciato dalla costruzione di nuovi edifici. Il tutto, escludendo la serie infinita di monumenti di ogni tipologia e di differente mole sparsi per il Paese, in proprietà private o in luoghi pubblici, in piena campagna o nascosti tra i palazzi di qualche centro urbano, accessibili o meno. Strutture dimenticate al punto da continuare ad esistere quasi senza un perché. Una miriade di casi che ben al di là dal poter essere definiti “limite” rappresentano una parte cospicua, se non la maggioranza. Per lo stesso motivo a causa dell’esiguità di risorse tanti Musei, nonostante opere di straordinarie valore, offrono allestimenti inadeguati, servizi ottocenteschi e godono di una pubblicizzazione quasi inesistente. Osservano orari di apertura più che “scoraggianti”. Con queste premesse appare più giustificato il numero dei visitatori di gran parte di quei luoghi d’arte. Cifre, che a parte qualche caso sporadico, sono molto al di sotto delle potenzialità. E la sorte non cambia passando dall’ “antico” al “contemporaneo”. Il commissariamento del Maxxi, a Roma, le vicende del Madre di Napoli, e più di recente quelle del Cam di Casoria dimostrano, nelle diversità dei singoli casi, che il sistema non va. Che è necessario optare, in maniera realistica, per soluzioni che assicurino la dignitosa sopravvivenza al patrimonio culturale del Paese. Certamente, senza bruciare le opere come ha minacciato il direttore del Cam, Antonio Manfredi. Probabilmente, senza vendere le proprie opere, come ha proposto dalle colonne del Sole 24 Ore  alcuni giorni fa Gianluigi Ricuperati (ripreso da Angelo Crespi sul Corriere della Sera). In entrambe le occasioni la provocazione sembra costituire il trait d’union, il minimo comun denominatore dal quale sono nate. Tuttavia il non escludere a priori, senza neppure ragionarne, l’ipotesi della cessione di una parte del patrimonio di un Museo, può non essere una soluzione. Focalizzando il ragionamento sui Musei archeologici. Sarebbe, invece, utile che si alzasse quella cappa ideologica che grava sull’intero settore, impedendo che si esca da un’impasse ormai sclerotizzata. La provocazione di Ricuperati di vendere un’opera di Cattelan, proprietà del Castello di Rivoli, per rinsaldare il magro bilancio e permettere una nuova operatività, può aiutare ad uscire dai luoghi comuni. Ad alzare lo sguardo da terra per mirare, finalmente l’orizzonte. Quel che accade ad una grandissima quantità di Musei archeologici, forse non è del tutto noto al grande pubblico, ma fin troppo a conoscenza dei cd. addetti ai lavori. Magazzini (compresi quelli delle Soprintendenze regionali e dei tanti “distaccamenti” periferici) ingombri di casse di materiali di vario tipo che, molto probabilmente, pur considerando alcuni avvicendamenti espositivi, non potranno che, molto difficilmente, essere ammirati nelle sale del Museo. Come invece è accaduto per le testimonianze  dell’VIII e del VII secolo a.C. uscite dai magazzini  del Museo Etrusco di Villa Giulia per far bella mostra  nelle sale neoclassiche del vicino villino Poniatowsky. E, Villa Giulia a parte, non perché non siano significativi, di valore documentario. Semplicemente perché gli spazi dedicati agli allestimenti non lo consentono. Al punto che, ormai, sempre più frequentemente, i materiali recuperati nei diversi scavi, dopo essere stati selezionati e annotata la presenza, vengono riseppelliti in una sorta di moderne favisse. Manca lo spazio, anche nei magazzini e nei depositi. Tutto questo ha un senso? Perché e, soprattutto, in nome di che, oggetti scavati, talora anche secoli addietro, continuano a non poter essere patrimonio di tutti?Ma ad essere obliterati. Prima dal terreno, ora da casse, spesso di fortuna? Senza voler divenire nemici dello Stato, bollati come barbari e mercificatori, è giunto forse il momento di interrogarsi. Di chiedersi se non sia più conveniente, per assicurare non più la sola sopravvivenza, ma una vita dignitosa, alleggerirsi di quanto non si utilizza. Almeno di una parte. Magari, con buona pace degli statalisti integrali, non vendendo quei beni. Alienandoli provvisoriamente. Con dei prestiti “lunghi” a sedi che, nel rispetto della loro conservazione, ne propongano l’esposizione. Prestiti, ben inteso, blindati da contratti che oltre a renderne certo il ritorno in Patria al termine dei termini prefissati, siano adeguatamente retribuiti. E’ assai probabile che, ad esempio, le anfore betiche, molte delle quale recanti tituli picti, recuperate nelle indagini nell’area degli ex Mercati Generali, all’Ostiense, oppure i ricchi corredi protostorici provenienti dalla necropoli della Bufalotta, finalmente sarebbero visibili in qualche museo europeo o americano o asiatico. Uscendo dall’anonimato nel quale sono costretti. Esportando la nostra civiltà del passato. Garantendo nuova linfa ad un settore che rischia l’asfissia. Il rischio che il possesso si trasformi nell’ossessione del Mazzarò di Verga per la “roba”, sembra tutt’altro che un’opzione.  Accertata la nostra incapacità a conservare il nostro tanto, forse “troppo”, passato materiale, sarebbe onesto e responsabile cercare vie alternative. Dare più spazio ai privati non sempre è possibile. Per questo si potrebbe cedere temporaneamente quel che ottusamente continuiamo a nascondere. Per provare a far uscire dal coma dell’indifferenza il nostro patrimonio Culturale. Ma anche per far entrare aria nuova nelle nostre stanze chiuse e troppo polverose.

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