Chaise longue

17 Giugno Giu 2012 2138 17 giugno 2012

Per le periferie italiane un nuovo modello, il “condominio produttivo”

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Le città che si trasformano provando a riorganizzarsi, i territori segnati da stagioni senza scrupoli che hanno la necessità di ridefinire il proprio ruolo, sono quasi attori, maschere, che da sempre recitano a soggetto. Ma che ora, senza più alcuna possibilità di procrastinare il passaggio, si trovano costretti ad interpretare personaggi nuovi. L’architettura, l’urbanistica, anche quelle italiane, da alcuni anni sono consapevoli che l’inversione di tendenza rispetto al recente passato è qualcosa in più rispetto all’omologazione con tanti Paesi europei e non solo. Il verde, non è una moda, ma il tentativo di soluzione, ispirato al buonsenso, agli interrogativi, senza risposta, dei decenni passati. Un green che non può contemplare solo grattaceli ecosostenibili, o parchi da inserire nelle maglie urbane, ma anche sistemi più ridotti. Significativo che si ricominci a ridefinire anche spazialmente le città e i loro territori sforzandosi di uscire dall’indefinito della modernità. In questa tendenza a segnare, materialmente, sul terreno, i nuovi limiti, che è evidente non può essere introdotta d’amblais, s’inseriscono a pieno titolo alcune sperimentazioni. Progetti per quell’area “cuscinetto” tra la fine dei centri urbani e gli inizi dei loro hinterland. Progetti per così dire di cerniera. Come il “condominio produttivo”, un prototipo  di abitazione collettiva in diretto contatto con il paesaggio naturale che circonda la città. Un nuova strategia per aree di espansione urbana, proposta dallo studio2A+P/A, di due giovani architetti, Gianfranco Bombaci e Matteo Costanzo. Un progetto che aspira ad inserirsi all’interno di quella ampia tradizione che, da Yona Friedman a James Wines, ha esplorato alternative al destino della metropoli. Visioni, un tempo utopiche, percepite oggi come il seme di innovative forme di realismo. Laura Bossi, presentando questa ricerca sulle pagine di Domus, nel marzo 2010 riconosceva ai due architetti di “avere coraggio: in un mondo che, in generale, se ne frega, esercitano ancora l'"arte della ricerca": all'inseguimento di modelli abitativi che siano alternativi alla banalità del condominio di periferia”. Il condominio produttivo, che gli addetti ai lavori già conoscono dal momento che ha partecipato alla mostra di bioarchitettura di Berlino “Examples to follows! Expeditions in aesthetics and sustainability, del settembre-ottobre del 2010”, si offre come alternativa all'attuale sviluppo urbano. Unendo ecologia e socialità del vivere in condivisione. Habitat a misura d'uomo, dove gli spazi di relazione sono strettamente connessi alla presenza di elementi naturali come giardini, serre e aree verdi. Il progetto di ricerca, giovane e ambizioso, promuove la costituzione di comunità di cohousing integrate con lo sviluppo e la gestione del territorio in zone definite periurbane, dove il confine tra città e campagna è sfumato a tal punto da non permettere una netta divisione delle due realtà. Non solo. Il Condominio Produttivo nasce per stimolare la formazione di comunità attive capaci di basare il proprio ordinamento su scelte e politiche economiche, ambientali e sociali comuni, attraverso la partecipazione allo sviluppo del progetto.

Diversi i caratteri che oltre a definire il progetto ne costituiscono i fattori di maggiore interesse. L'idea di densificazione consapevole, ad esempio. Cioè l'accorpamento di più unità abitative isolate, all'interno di un'unica infrastruttura a corte, in grado di ospitare spazi di condivisione e spazi produttivi. In sintesi, uno spazio costituito da appartamenti privati e luoghi semi-pubblici e condivisi dotati di giardini, servizi comuni, serre e zone di ritrovo. Ma anche le corti, concepite come telai in cemento armato prefabbricato. Sono l'infrastruttura che sostiene le singole unità abitative e le aree comuni. Ogni singolo piano della corte è un habitat a misura d'uomo. La stessa altezza degli interpiani, 6 metri, è pensata per garantire alla luce naturale di entrare nei singoli moduli abitativi, riducendo il consumo di elettricità. Ancora, i servizi comuni. Tutti al piano terra con lo scopo di facilitarne l’utilizzo. Come accade, per ciascuna corte, di un'area di orti, di un campo da gioco polifunzionale e di playgrounds per i bambini.

Un sistema “misto” che ambisce, per certi versi, all’indipendenza. Così insieme all'auto sostentamento rappresentato dagli orti, viene garantita anche un'adeguata risposta al fabbisogno energetico della comunità, in virtù dello sfruttamento di risorse rinnovabilisu scala locale.

Per questi motivi il progetto ha l’ambizione di proporsi, per certi ambiti in particolare, come un nuovo modello di abitare. Perché è pensato per ridurre il consumo di suolo ed energia, con strategie architettoniche come il riutilizzo di zone industriali dismesse o telai in cantieri abbandonati e accorgimenti tecnologici che abbassano le dispersioni termiche e ottimizzano lo sfruttamento delle risorse rinnovabili. In Svizzera e nella penisola scandinava strutture simili al condominio produttivo esistono e fanno scuola. In Spagna, sulla stessa scia, è nato il quartiere "Sociopolis" a Valencia, un progetto curato da Vicente Guallart con la collaborazione degli enti locali. E questa è la via che si dovrebbe seguire anche in Italia. Le sperimentazioni all’ex CEP di Avio, a Malè, nell’immobile “ex Lowara”, e a Grigno, dentro il compendio “ex Omga”, in Trentino,  ne dimostrano le enormi potenzialità. Considerati anche i contorni delle operazioni. La formula, la stessa. Un’area produttiva lasciata vuota a seguito di crisi aziendali, l’acquisto da parte di Trentino Sviluppo e la successiva cessione a piccole aziende locali. Ma è ancora poco. Troppo poco.

Il "Condominio produttivo", che sembra rievocare il concetto di falansterio, si propone per quel che forse, in estrema sintesi, è. Uno degli ultimi tentativi di fare i conti con l’ambiente, senza rinunciare (ancora) a contaminare i suoli. Con il vantaggio di offrire dei risparmi rispetto ai modelli attuali e, soprattutto, una soluzione alternativa alla demolizione delle strutture abitative.

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