Chaise longue

23 Giugno Giu 2012 1809 23 giugno 2012

L’Housing sociale e i nuovi poveri. A Torino la caduta è “attutita” dentro un quadro di Mondrian

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Le abitazioni, considerate come delle “micro celle”, aree di reclusione e isolamento, spazi di fitto inurbamento a sviluppo verticale, caratteristico di settori periferici dei centri urbani, hanno costituito, e talora ancora lo sono, la “location” ideale per storie di disperazione. Luoghi di emarginazione topografica ma anche mentale. Caratteri ricorrenti di questa edilizia a basso costo, l'utilizzo di materiali spesso scadenti e forme architettoniche elementari, prive di qualunque segno distintivo. “Scatole” abitative dislocate a comporre un coagulo non di rado mancante di spazi di aggregazione.

Frequentemente le grandi città, soprattutto, in Italia rilanciano sull’housing sociale. Anche se spesso le amministrazioni di quei centri rispondono in maniera inadeguata alle richieste delle persone. Ai loro bisogni di un alloggio. Le questioni di necessità si trasformano in ragioni politiche, il bene particolare di tanti in cerca di un alloggio si scontra con gli interessi di pochi. E così tutto diventa più difficile, ogni rivendicazione una richiesta inascoltata. Nelle città tante volte senza solidarietà per i più deboli, le loro storie rimangono per le strade. Le loro difficoltà problemi irrilevanti. Roma, Milano, Torino e Genova, ma anche Napoli, Palermo Messina e Catania. Le richieste tante, troppe. Anche perché l’esercito di chi si trova, quasi improvvisamente, in difficoltà aumenta. Rapidamente. Tanto più vale la pena segnalare casi che nonostante abbiano come primo, più immediato, riferimento, l’housing sociale, hanno cercato di andare ben al di là di esso. Provando a connotarsi come esperimenti. Come risposte concrete ed immediate a necessità primarie.

L’apripista, per così dire, è stato il Villaggio Barona, a due passi da Famagosta, nell’area di Santa Rita, a Milano. Dieci anni fa è stata avviata la riqualificazione di uno spazio dismesso, da 40.000 mq, lasciato da Attilio Cassoni, imprenditore petrolifero che lo usava come deposito per i carburanti. Oggi ospita 300 persone, tra le quali rifugiati politici, studenti, ex tossicodipendenti, ragazze madri e famiglie in difficoltà. Per loro 80 appartamenti con affitto calmierato. Il ricavato del villaggio, costato 30 milioni di euro, è gestito dalla Fondazione Cassoni allo scopo di migliorare i servizi per le persone che ci abitano. Mentre alla sua realizzazione hanno contribuito, oltre agli esperti di urbanistica, anche Fondazione Cariplo, Bpm e 1500 volontari. Un esperimento, questo milanese, in chiaroscuro. Dal momento che gli esiti non sembrerebbero in toto premiare l’idea iniziale.

Di segno certamente positivo, invece, un’operazione che pur avendo delle similitudini con quella del Villaggio Barona, sembra averne superato gli aspetti più problematici. Siamo alle porte di Torino, al numero 24 di via Ivrea. Qui, l’ex palazzone delle Poste, di 10 mila metri quadrati, è stato trasformato in residenza per il social housing temporaneo. Inaugurato ad ottobre del passato anno, dopo un anno e mezzo di lavori, ha la facciata colorata alla maniera di Mondrian. In tutto ci sono 122 appartamenti “a tempo determinato” che consentono di pernottare al massimo 18 mesi. Il costo dell’affitto è variabile. Dipende dalle possibilità e dalla provenienza, ma generalmente si aggira nell’ordine di poche centinaia di euro. Il contratto di affitto è di tipo alberghiero.

I soldi, il 90% del totale, circa il 14,5 milioni, li ha messi la Fondazione Crt, che ha sostenuto il lavoro di Oltre Venture, Città di Torino, Cooperativa Doc e Impresa Rosso che ha eseguito la ristrutturazione dell'edificio.

Il palazzo è composto da due grandi edifici di 9 piani e le abitazioni sono arredate  e provviste di cucina a induzione, dotate di servizio wi-fi gratuito, sistema demotico per il controllo dei consumi. Oltre agli appartamenti ci sono ci sono anche 58 camere dove si vive proprio come in un hotel. Nell’albergo sociale Ivrea 24, come è denominato, vivono circa 300 persone. A volte per poche settimane, altre per mesi.

Gli inquilini di questo edificio, i nuovi figli della crisi, sono ex manager, giovani coppie, padri separati, famiglie in difficoltà, universitari. Italiani e stranieri. Tutti impossibilitati a poter affrontare le emergenze della vita. Come la perdita del lavoro, malattie, precarietà. C’è Franco, torinese, sposato con 4 figli, ex proprietario di un’officina. C’è Rama Naidu, hindu di origine malese, con passaporto italiano e da poco disoccupato. E tanti altri, ciascuno con una propria storia, che fa fatica a raccontare. Sperando di poterne, a breve, scrivere un’altra. Accanto a questi “diversi ma uguali”, per un semestre, ci sono anche una novantina di studenti di ingegneria cinesi, a Torino, per vedere come nasce un’automobile. E i ricercatori della Chrysler che si fermano a Torino per qualche settimana.

Per conquistarsi quel pezzetto di serenità non esistono le regole irregolari che valgono per le case popolari. Di quasi tutte le città. Quasi sempre. Alla selezione, che si fa in base all’ordine di arrivo,  provvede la Sharing, la cooperativa sociale che gestisce la struttura.

Così, dietro i colori della facciata che ricordano il pittore olandese, nulla ricorda le nostre case popolari. Il modello piuttosto sembra il social housing alla scandinava. Ci sono bar, ristorante, bio-market, lavatrici automatiche, sale comuni e presto un poliambulatorio.

In via Ivrea 24 si è scelto di giocare una partita davvero speciale. Da una parte le difficoltà di un quartiere dove il disagio sociale registra picchi altissimi. Dall'altra il coraggio di puntare su un progetto che vede pubblico e privato collaborare fianco a fianco per dare una mano alle persone in difficoltà. Molto più di un’idea per luoghi nei quali si continua a cercare la soluzione anche a questo problema dalla parte sbagliata.

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