Chaise longue

11 Luglio Lug 2013 1028 11 luglio 2013

Più colore per le Città

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La ri-scoperta del colore diventa la chance per restituire una loro dignità a spazi della città che non ne hanno mai avuta. Non i centri storici ma le periferie che appaiono spesso uguali, nonostante latitudini differenti. I casermoni ai margini di Berlino analoghi a quelli del Gratosoglio. Luoghi non-luoghi nei quali il tempo ha di frequente sfumato la percezione visiva originaria. Ma non per questo riequilibrati gli squilibri iniziali.

I colori sono uno degli elementi caratterizzanti dell’architettura. Addirittura, a volte, dei luoghi. I cromatismi a tal punto essenziali da divenire quasi sinonimo di tanti edifici. Certo ci sono le architetture di Le Corbousier, Meier, Mies van der Rohe o Calatrava, nelle quali predomina il bianco. Ma sono presenti anche maestri del colore. Da Gaudì che decorava i suoi edifici con una miriade di mattonelle colorate a comporre arabeschi e fantasie. A Taut che nel progettare il quartiere berlinese “Carl Legien” alla metà degli anni Venti, indugiava con le tinte vivaci. Passando per Ponti che realizzò numerosi edifici scegliendo di volta in volta tonalità e materiali in relazione al luogo. La pietra grigia nel milanese Palazzo Montecatini, le piastrelle verdi nel complesso Montedoria. Fino a Piano che nel complesso londinese di St Gilles Court è ricorso a facciate gialle, rosse e verdi. Il colore in alcune occasioni diviene poi lo strumento per enfatizzare i volumi. Come accade negli edifici di Legorreta oppure in alcune parti di insiemi di Barragàn.

Il colore può provare  a caratterizzare un edificio che appare parte anonima di un tutto. Ma è più che evidente che ci deve essere qualità nell’architettura. Perché nessuno verde o rosso o giallo applicato sulle superfici esterne potrà regalarne. Mai. Le mode del passato hanno dimostrato in fondo anche questo. A fare la differenza è comunque lo skyline, l’alternarsi di pieni e vuoti, la relazione tra le linee che disegnano l’architettura e il contesto nel quale viene ad inserirsi.  L’elemento vincente è quello. Quindi nelle realizzazioni di Stirling o Tange non è solo il grigio del cemento a vista a determinarne il successo. Così come non lo sono solo i colori accesi di pensiline, pilastri e tiranti degli edifici dalla geometria instabile di fine anni Novanta.

Ma è altrettanto indubitabile che il colore può accendere le periferie. Dare quella luce che spesso  manca. Un po’ quello che è accaduto ad una serie di nuovi edifici nell’area ex Carlo Erba, a Milano. Passando per via Imbonati si rimane colpiti dalle varianti verticali di pannelli metallici colorati tra il ruggine e il bruno, il verde e l’azzurro. Uguale compiacimento si prova transitando per Piscinola, estrema periferia napoletana. Nonostante si tratti di case popolari realizzate con un budget limitatissimo. La scommessa vinta con un’architettura che si prefigge come scopo prioritario quello di dare un’identità felice a questi luoghi. Gli strumenti utilizzati? Grandi inserti di ceramica blu cobalto sulle facciate.

Gli esperimenti di Milano e Napoli, peraltro tuttaltro che isolati, sembrerebbero indiziare che il colore può essere risolutivo per dare identità e qualità ai luoghi. A basso costo e in maniera naturale. Elementi non trascurabili. In questo modo le città forse non risolveranno tutti i problemi delle loro zone d’ombra, ma almeno proveranno a farlo.

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