Cime contenziose

3 Giugno Giu 2012 1629 03 giugno 2012

Avvocati e fatturati: la sabbia è oro, per chi non sa...

  • ...

Più 3%. Anzi, Più 5%. Tra gli avvocati d'affari italiani c'è persino chi fa sapere che il proprio fatturato nel 2011, uno degli anni più neri della crisi, è cresciuto di quasi un quarto. Allora ha ragione chi sostiene che i consulenti legali cascano sempre in piedi. Guadagnano quando le cose vanno bene. Gadagnano quando le cose vanno male.
Ma la verità è un'altra.
Qualunque statistica o ricerca che diffonda dati di bilancio sugli studi legali italiani va presa con le pinze. E il motivo è semplice. Nel nostro Paese, gli studi legali, non sono tenuti a stilare un bilancio e a depositarlo in Camera di Commercio alla stregua di qualunque altro operatore economico.
Ciò fa sì che chi cerca di lavorare su questi numeri, deve necessariamente limitarsi a fare delle stime e sostanzialmente fidarsi di quanto i diretti interessati fanno sapere in via più o meno ufficiosa.
Il che comporta un problema fondamentale: ognuno dice quello che vuole.
A me è capitato di sentirne di tutti i colori.
Ricordo chiaramente un pomeriggio trascorso nella sala riunioni foderata di legno di uno studio milanese, a pochi passa dalla Scala. Era il 2010. La crisi era un tema attuale anche allora. E alla domanda su quali fossero le previsioni dello studio sul giro d'affari per l'anno in corso il socio anziano dello studio mi rispose : «Ottime».
Decisamente poco credibile.
Poi, però mi spiegò, che l'anno era cominciato con un fatturato che già copriva la metà del budget grazie a vecchie fatture che l'associazione professionale aveva aspettato a emettere in favore di clienti un po' in affanno con i pagamenti.
Insomma, il fatturato c'era, ma in realtà le cifre erano positive grazie a un artificio, messo in atto per venire incontro alle esigenze di clienti affezionati.
Nel caso specifico, lo studio legale era (ed è tutt'ora) uno di quelli con le spalle abbastanza larghe da potersi permettere di rimadare l'incasso.
In molti altri casi, invece, la distanza che passa tra il fatturato e l'incassato di uno studio può essere l'elemento che fa la differenza tra uno studio legale economicamente sano e uno studio che rischia di chiudere i battenti da un giorno all'altro (gli avvocati di questi ultimi, di solito, sono quelli che dicono che «la crisi c'è, pesante, ma fortunatamente noi non la stiamo sentendo»).
Il tema della riscossione delle parcelle è un problema endemico per la categoria da anni ormai. Ed è una questione che gli studi italiani affrontano meno bene dei loro concorrenti internazionali. Questi ultimi hanno persone addette al "recupero crediti" e si attivano 24 ore dopo lo scadere del termine per il pagamento di una parcella.
Gli italiani, invece, trovano inelegante sollecitare i pagamenti. Soprattutto se a ritardare sono i clienti che contano.
A proposito dei clienti, poi, non bisogna dimenticare che in questa fase storica sono sempre di più loro a decidere il prezzo da riconoscere alle prestazioni dei loro consulenti. La conseguenza è semplice: si lavora a prezzi da saldo. Tutti.
E quindi, l'equazione tanto lavoro, tanti soldi, non è più valida.
E allora, i dubbi su questa crescita sbandierata ai quattro venti sono più che giustificati. Questo non significa che bisogna smettere di fare monitoraggi sulle finanze degli studi legali che restano utilissimi per valutare i trend macro e per elaborare analisi di scenario, ma sicuramente bisogna prenderli con le pinze.

Correlati