Cime contenziose

13 Agosto Ago 2012 0910 13 agosto 2012

Ecco perché l'avvocatura a cui pensa Severino non è quella difesa dagli Ordini

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È vero che, se una cosa la scrive il Corriere, diventa vera perché l'ha scritta il Corriere. Ma leggere che per il ministro Paola Severino la riforma forense è al primo posto tra le priorità da affrontare dopo la pausa estiva lascia perplessi.

Il perché è presto spiegato. Il ministro fino a oggi non ha voluto affrontare questa riforma. O meglio, non ha voluto farlo, così come le chiedevano i suoi colleghi di corporazione, concedendo agli avvocati di avere una legge professionale ad hoc.

Nonostante le proteste e nonostante gli scioperi, il ministro ha trovato la forza di andare oltre le pressioni e proteggere la riforma liberale scaturita dal dl 138/2011.

Questo ha fatto sì che per l'avvocatura, come per ogni altra professione regolamentata, siano entrate in vigore norme in materia di accesso, compensi, pubblicità e disciplina più aperte e capaci di favorire la libera concorrenza.

Nell'intervista rilasciata all'autorevole quotidiano nazionale il 12 agosto, il ministro dice che la riforma forense è il suo grande pensiero per l'estate, ma non spiega cosa intenda con questa frase. Insomma, dopo tutto il rumore sollevato dagli scontri con i vertici istituzionali dell'avvocatura (Cnf e OUA) sarebbe singolare se il ministero decidesse di punto in bianco di stralciare la posizione dell'avvocatura e regolarla con una legge specifica.

E ancora più singolare sarebbe se la legge in questione fosse quella che è in fase di discussione alla Camera e che, come ha osservato l'antitrust 10 agosto scorso, è in netta contraddizione con i contenuti del decreto varato dal governo.

In effetti il ministro nell'intervista non parla di tutto ciò. Si limita a toccare il tema della formazione universitaria e rilancia l'idea non nuova, ma assolutamente valida, della creazione di percorsi di studio che servano a incanalare i novelli giuristi nel cammino professionale che più li interessa: avvocato, magistrato o notaio.

L'obiettivo è evitare che tra i giovani si continui a considerare l'avvocatura una sorta di professione parcheggio. Un titolo alternativo rispetto a quello di disoccupato con laurea.

Così come per molti la stessa facoltà di giurisprudenza rappresenta una soluzione parcheggio nel percorso di formazione.

Sul resto, Severino non ha detto una parola.

E allora, aggiungiamo un elemento alla discussione. Se si vuole davvero evitare che la professione di avvocato continui a essere intrapresa da molti che, in realtà, sognano solo un posto fisso in un ente pubblico, allora bisogna privarla totalmente di steccati protezionistici. Senza i minimi tariffari, con un mercato trasparente, con la valorizzazione delle specializzazioni e con la cancellazione di ogni rendita di posizione, chi vorrà fare l'avvocato saprà che il parcheggio ha chiuso. Inoltre, c'è un capitolo della riforma che aspetta ancora di avere le sue regole ed è quello delle società tra professionisti. Se finalmente si porranno le basi e detteranno le regole per rendere possibile l'organizzazione dell'attività professionale in maniera strutturata, allora sì che, lo spazio per improvvisatori e perdi tempo si esaurirà del tutto.


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