Cime contenziose

22 Settembre Set 2012 1830 22 settembre 2012

Il nero? Se lo chiedete agli avvocati, rispondono che è solo un colore

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Qualche anno fa, chiacchierando con Michele Vietti alla fine di un convegno sul concordato preventivo, gli chiesi se secondo lui avremmo mai visto approvata la legge di riforma della professione forense. La sua risposta, fu significativa e oggi più che mai ne comprendo il significato. Era molto scettico e commentando l'opportunità che, l'allora ministro della giustizia Angelino Alfano, aveva dato alla corporazione («presentatemi una proposta di legge condivisa - aveva dichiarato al Congresso di Bologna - e ne farò un disegno del governo») mi disse: «È molto difficile che una categoria sia in grado di autoriformarsi».
Il concetto mi è sempre parso sensato. Ma fino a oggi non avevo mai avuto occasione di testare concretamente la sua veridicità.
L'occasione è venuta qualche giorno fa, quando sono stati diffusi i dati della Cassa nazionale forense, l'ente previdenziale degli avvocati, sul reddito medio degli appartenenti alla corporazione.
La cifra, pari a circa 48mila euro e in calo del 2%, rispetto alla rilevazione precedente ha fatto gridare allo scandalo molti esponenti della categoria.
Come accade sempre più spesso, si è tornati a parlare del rischio povertà per le toghe.
E quando l'onda lunga dell'indignazione forense è arrivata su Twitter, io mi sono permesso di suggerire di non dimenticare che i dati della Cassa non considerano la quota di nero che c'è nel settore.
La mia osservazione ha scatenato una ridda di commenti uniti da un unico filo rosso: «Cosa stai dicendo, nessun avvocato lavora a nero».
Leggere frasi tipo

"la percentuale sarà dell'1x1000 rispetto a quanto rubano i politici"

O ancora
"Esiste ancora il nero?"

O come
"Vogliono coprire il fallimento e le ruberie dei politici"

Mi ha fatto tornare in mente le parole di Vietti di quattro anni fa.
Perché ho avuto la netta sensazione di avere violato un tabù. Il problema del nero e della mancanza di trasparenza è uno dei primi e più gravi che affligge la professione forense in Italia.
Secondo una ricerca condotta da Altroconsumo, gli avvocati che non emettono fattura quando assistono clienti persone fisiche sono una media del 44%. Infatti, mentre chi lavora con società, banche o assicurazioni è costretto dal cliente a fatturare, chi assiste un privato cittadino può farne a meno.
Non a caso, le istituzioni forensi hanno portato avanti una battaglia per ottenere la deducibilità fiscale delle parcelle per i clienti. Purtroppo, però, questa campagna non ha avuto, almeno finora, successo.
Invece, per stanare i colleghi infedeli, il Cnf aveva proposto di sospendere dagli albi i professionisti che non raggiungevano un livello minimo di reddito, concedendo solo un salvacondotto per i primi anni di attività ai neo iscritti. Ma anche questa proposta non ha mai avuto applicazione concreta.
Entrambe le misure, molto probabilmente, costringerebbero buona parte di quella fetta (non so dire se maggioritaria o meno, so solo che c'è) dell'avvocatura poco abituata a fare fattura e a pagare le tasse, a venire allo scoperto.
Del resto, che ci sia una porzione non trascurabile di "colleghi infedeli", come li ha definiti Franzo Grande Stevens in una intervista rilasciatami qualche tempo fa, è testimoniato anche dal grande divario che separa la cifra degli iscritti agli albi, da quelli iscritti alla Cassa forense. I primi sono circa 240 mila. I secondi, poco più di 162mila. Come si vede, ballano 80 mila avvocati che in teoria non hanno di che campare o non vivono di avvocatura.
Certo, in tanti, dopo l'abilitazione e l'iscrizione all'albo si mettono a fare altro. Ma non credo che questo valga per tutti.
Per concludere, che il nero sia uno dei problemi dell'avvocatura italiana è un dato di fatto. Un'avvocatura riformata non può continuare a convivere con questo malcostume. E anziché negarlo dovrebbe adoprarsi per combatterlo. Ne trarrebbe giovamento la propria immagine pubblica e il proprio futuro pensionistico.
Ma se gli avvocati continuano (su questa questione come su quella riguardante la pubblicità, il patto di quota lite e la possibilità di esercitare in forma societaria con partner di capitale) a girare la testa dall'altra parte, allora forse è vero che una categoria non sarà mai in grado di riformare se stessa.

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