Cime contenziose

11 Ottobre Ott 2012 0805 11 ottobre 2012

Avvocato, professione a statuto speciale

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Il 9 ottobre, alla Camera, l'avvocatura ha ottenuto un importante successo. Durante la discussione sulla riforma forense, il governo è stato battuto su tre questioni cruciali.
L'obbligo di presentare un preventivo ai clienti, la riserva di consulenza e la possibilità di avere soci di puro capitale.
Tutte norme che sono previste dal Dpr di riforma delle professioni. Una super legge (prevista dal Dl 138/2011) che va a modificare gli ordinamenti di tutte le professioni regolamentate, inclusa quella forense, ma che il testo della legge in discussione alla Camera punta a neutralizzare.
L'avvocatura vuole affermarsi come professione a "statuto" speciale, preservando, per sè sola, delle prerogative, ovvero dei privilegi, che dopo le liberalizzazioni del governo sono negati a tutte le altre corporazioni.
Il voto del 9 ottobre è stato un successo della categoria, ottenuto grazie a un'azione unita dei suoi rappresentanti tra i deputati? Certo, la si può leggere così. Ma non è un  caso che nessuno si sia messo a cantare vittoria. Del resto, la legge langue in Parlamento dal 2009 e il suo iter è ancora l0ntano dalla fine (non è stata fissata la data per il proseguio dell'esame).
Tonando agli emendamenti approvati, la legge, nella sua nuova versione prevede che l'avvocato debba fornire il preventivo al cliente solo nel caso in cui questi lo richieda esplicitamente.
L'odiato obbligo introdotto dal Dpr dello scorso agosto, quindi, viene meno, con buona pace di tanti cittadini che, ignorando il principio fissato dalla norma, non avranno la possibilità di farsi un'idea in anticipo di quello che potrà essere il costo di una causa.
Altra questione rilevante, poi, è quella relativa alla riserva di consulenza. La riforma forense punta al bersaglio grosso: aggiungere alla riserva dell'attività giudiziale (sacrosanta e inviolabile) anche quella stragiudiziale. Quest'ultima individua l'attività di sola consulenza, che non implica, quindi, la rappresentanza dei clienti in Tribunale.
Infine, dall'aula è arrivato il parere contrario al socio di capitale nelle società tra professionisti. Questo è l'unico punto su cui la riforma forense, se dovesse essere approvata in tempi rapidi potrebbe giocare d'anticipo rispetto al Dpr dello scorso agosto.
Il decreto, infatti, ha lasciato fuori le norme che avrebbero dovuto disciplinare l’esercizio dell’attività professionale in forma societaria. Su questo, il progetto di legge di riforma pone un veto categorico rispetto alla presenza di soci di puro equity che, invece, nelle intenzioni dell'esecutivo avrebbero dovuto avere libera cittadinanza nel capitale delle società tra professionisti (le cosiddette Stp).
A questo punto, resta da vedere che reazione avranno le altre corporazioni che presumibilmente non accoglieranno di buon grado la politica dei "due pesi e due misure".
Ma la questione più grave è un altra. La legge, infatti, rischia di distruggere ricchezza e di esporre, proprio coloro i quali dovrebbe tutelare, a un processo di indebolimento competitivo.
Sul primo punto si può citare una stima elaborata Cna Professioni: se il comma approvato alla Camera verrà riconfermato al Senato, chiuderanno 10mila studi di esperti in consulenza giurdica, dall'infortunistica stradale, alla sicurezza sul lavoro, alle materie ambientali. Tra dipendenti e professionisti si tratta di almeno 100mila addetti.
Quanto al secondo, invece, si tratta di dotare o meno la categoria forense di una prospettiva. Scegliere deliberatamente di privarsi della possibilità di avere un socio di capitale significa rischiare di arrivare disarmati al confronto sul mercato con soggetti dalle spalle finanziariamente più larghe.
Non penso solo agli studi legali quotati in Borsa, come accade in Australia. Ma mi riferisco a realtà molto più vicine, geograficamente parlando, all'Italia: le cosiddette Abs (Alternative business structure) inglesi. British Telecom e Co Operative, la prima catena di supermercati inglese, hanno chiesto la licenza per operare anche come Abs e fornire consulenza legale di prima istanza ai loro clienti. Ma il caso più recente è quell di Direct Line, la compagnia assicurativa low cost, che nel prospetto informativo della sua imminente Ipo (un'operazione da 3 miliardi di sterline) al London Stock Exchange ha dichiarato di volersi dotare di una Abs sia per rendere più efficienti i propri costi legali, sia per offrire servizi a valore aggiunto ai propri clienti.
L'avvocatura italiana, prima o poi, dovrà fare i conti con tutto questo. Ma con quali mezzi?

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