Cime contenziose

16 Dicembre Dic 2012 0945 16 dicembre 2012

Praticanti, tra ragazzi spazzola e fighetti da 30mila euro l'anno

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La pratica forense, negli ultimi giorni, è diventata ragione di scontro tra opinione pubblica e avvocati. Come mai? Se ne è occupato un giornalista dalla penna affilata come Gian Antonio Stella, del Corriere della Sera.
Il fustigatore delle caste ha preso di mira le toghe per denunciare il discutibile sforzo che al Senato si sta facendo per portare ad approvazione la cosiddetta riforma forense. Una legge che in teoria dovrebbe innovare le regole alla base della professione, adeguarle a i tempi che corrono e che invece, a detta di molti, a cominciare dal sottoscritto, non interviene su alcuna questione cruciale, lasciando tutto o quasi com'era.
Ecco, Stella, con un'articolessa di mezza pagina ha denunciato questo sforzo inutile da parte della camera alta del nostro Parlamento, sostenendo che, visti i tempi, ci sarebbero altre questioni, ben più rilevanti di cui occuparsi in questa fine Legislatura. Opinione che, come ha fatto notare Valerio Spigarelli, presidente dell'Unione delle Camere Penali, coincide stranamente con quella espressa da Confindustria solo un paio di giorni prima. Ma che resta, in ogni caso, legittima.
Per dimostrare la sua tesi, comunque, Stella sceglie di raccontare cosa prevede la nuova norma professionale per i giovani avvocati. E in particolare si concentra sull'ipocrisia di fissare per essi un equo compenso commisurato all'apporto che questi effettivamente saranno in grado di dare allo studio o al loro "dominus" tramite la propria attività.

«decorso il primo semestre, possono essere riconosciuti con apposito contratto al praticante avvocato un’indennità o un compenso per l’attività svolta per conto dello studio, commisurati all’effettivo apporto professionale dato nell’esercizio delle prestazioni e tenuto altresì conto dell’utilizzo dei servizi e delle strutture dello studio da parte del praticante avvocato».

In pratica, traduce Stella, la legge consente agli avvocati di far lavorare gratis i loro praticanti o di limitarsi a pagar loro un obolo ma solo a titolo di rimborso e solo se i ragazzi con questa fissa di fare l'avvocato se lo meritano veramente.
Niente minimi tariffari qui.

La questione, a mio modesto avviso, è effettivamente rilevante ma per capire meglio ciò di cui si sta parlando bisogna aggiungere ancora qualche elemento.

Il giovani praticanti avvocati, in Italia, lavorano gratis (o quasi) da sempre. Perché? E' presto detto. Quelli che avvocati lo sono già, quando hanno vestito i loro panni, lo hanno fatto senza beccare un centesimo. Quelli che avvocati lo sono già, nella maggior parte dei casi vedono nelle nuove leve dei potenziali futuri concorrenti e quindi gli rode, e non poco, dover insegnare la professione a un virgulto che, forse, nel giro di qualche anno, potrebbe soffiargli un cliente. Ma soprattutto, tanti di quelli che avvocati lo sono già, lavorano praticamente soli e hanno un disperato bisogno di aiuto per stare dietro a tutte le incombenze di carattere ordinario. Serve manovalanza. Ma non si hanno i soldi per pagarla. Una segretaria è già troppo. Allora si pesca qualcuno appena uscito dalla facoltà di giurisprudenza che, tutto sommato, tra fare il disoccupato e dire che lavora "a studio" preferisce la seconda.

Eppure in Italia ci sono praticanti avvocati che arrivano a guadagnare 30mila euro l'anno. Sì avete letto bene. Trentamila. Chi sono? I giovani dei grandi studi legali associati. E perché mai in questi studi (che la riforma cerca di penalizzare in ogni modo) i praticanti vengono pagati così tanto? Semplice, perché per lo studio sono un investimento vero.
L'associazione investe in un giovane, non tanto per fargli fare un po' di fotocopie e mandarlo in cancelleria al Tribunale, ma per rafforzare il proprio organico di studio con una risorsa formata per lavorare all'interno dell'associazione anche dopo la pratica, che contribuisca alla crescita della struttura e che, se ne avrà le doti, un domani potrà diventare anche socio.

Nell'ambiente, la minoranza che lavora in queste strutture con sedi che sembrano musei e guadagna (o forse guadagnava) cifre stellari è vista in cagnesco. Sono privilegiati, sono dipendenti, non sono "veri avvocati".
Sull'assunto mi permetto di dubitare.
Ma è vero che molti di quelli cresciuti all'interno dei grossi studi associati, sono stati tirati sù più come dipendenti che come liberi professionisti.

Questa discriminazione creata dal mercato mostra come la professione abbia bisogno di una legge sugli avvocati "dipendenti" (ma di questo ci siamo già occupati). E smentisce l'assunto per cui il praticante è solo un costo per il dominus. Tutto dipende dal motivo ovvero dalla finalità per la quale un praticante viene preso da un avvocato.

Ecco, per tornare al tema dell'ultima polemica tra avvocati e giornalisti, a tutti sfugge un punto essenziale: introdurre l'obbligo di retribuzione, con minimi sindacali chiari, per i praticanti non è solo un tema di giustizia sociale (perché chi lavora va retribuito, non ci sono storie) ma è l'unica misura che consentirebbe alla categoria o casta, come direbbe Stella, di centrare il vero obiettivo che, con la riforma che dovrebbe essere approvata il 19 dicembre in Senato, si vuole perseguire: limitare la crescita a dismisura degli iscritti agli albi (la nuova legge prevede persino il carcere per chi copia all'esame di Stato).

Infatti, introducendo l'obbligo di retribuzione, gli avvocati che un praticante non se lo possono (o devono) permettere, rinuncerebbero a farne incetta.
Qualche giorno fa, Ester Perifano, segretario dell'associazione nazionale forense (Anf), su Twitter ha denunciato questo malcostume scrivendo:


un mio co iscritto gestisce 17 praticanti. E continuerà a farlo perché in studio sono 3/4 avvocati.


In questo scenario è evidente che il certificato di compiuta pratica e la possibilità di svolgere una professione alla meno peggio, diventa il vero compenso che certi avvocati elargiscono ai loro praticanti.
Ma così facendo, questi professionisti, non si rendono conto che diventano i primi fautori dell'ingrossamento degli albi, dell'inflazione professionale e degenerazioni come quella che potete vedere nella fotografia qui a fianco.
Certo, si dirà, basterebbe che gli Ordini vigilassero più severamente sui loro iscritti. Basterebbe, sì, se lo facessero.

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