Cime contenziose

27 Febbraio Feb 2013 0626 27 febbraio 2013

Avvocati d'affari in politica? Tutto da (ri)Fare

  • ...

Il grande sogno politico che era riuscito a mettere assieme tanti avvocati e a convincerli, per la prima volta in assoluto, a scendere in campo in prima persona si è infranto all'apertura delle urne elettorali il 25 febbraio 2013.
Una doccia fredda attesa. Un flop reso ineluttabile dalla brutta figura fatta dal leader del movimento Fare per Fermare il declino, il giornalista Oscar Giannino.
E così, per i tanti che si erano impegnati attivamente a sostegno della "causa" turboliberista, non resta che tornare alla realtà della professione. Sebbene, come si intuisce da un'intervista rilasciata da Michele Boldrin a Lettera43.it, il movimento potrebbe restare in vita e lavorare al proprio rilancio.

Circa l'esito di questa avventura politica, a mio parere, restano due considerazioni da fare per l'avvocatura d'affari italiani.

Alberto Saravalle, presidente dello studio Bonelli Erede Pappalardo e candidato di Fare in Lombardia



La prima è che, ancora una volta, questa peculiare fetta dell'universo forense resta fuori dal Parlamento. Non avrà una rappresentanza diretta. E quindi continuerà a non avere una voce consapevole nelle commissioni chiamate a regolamentare la vita e l'attività di chi svolge questa peculiare tipologia di attività forense.
Gli effetti (negativi) di questa mancanza di rappresentanza si sono visti anche di recente, in occasione dell'approvazione della cosiddetta riforma forense. La legge emanata sul filo della fine legislatura, non contempla nemmeno le associazioni professionali (modello organizzativo utilizzato quasi esclusivamente dagli studi d'affari). La normativa ha derubricato le istanze di modernizzazione della professione senza preoccuparsi di guardare cosa accade all'estero. Il Legistatore ha pagato un obolo all'avvocatura "tradizionale", l'unica a essere rappresentata (copiosamente) nei due rami del Parlamento.

Alessandro De Nicola, senior partner di Orrick, è tra i fondatori di Fare



Ma al di là della rappresentanza di interessi di parte, la sconfitta di Fare, per quello che riguarda il fornte legale, coincide con un nuovo esilio dal dibattito sul sistema Giustizia, di istanze opportunamente volte al decongestionamento dei tribunali. L'importanza dell'attività stragiudiziale e della composizione amichevole delle controversie è un tema che, con tutta probabilità, non entrerà nell'agenda parlamentare nemmeno in questo (breve?) giro di valzer.

Alberto Pera, socio di Gianni Origoni Grippo Cappelli e candidato di Fare nel Lazio



La seconda considerazione, invece, è di carattere critico. Bollare il flop di Fare come conseguenza dello smascheramento del bluff di Giannino rispetto al suo corso di studi (non ha un master a Chicago Booth e non si è mai laureato) e ai suoi mancati successi canori in età infantile (non ha mai partecipato allo Zecchino d'Oro) è facile, ma non è, a mio parere, esatto.
Di sicuro, il coming out conto terzi fatto da uno dei fondatori del movimento, Luigi Zingales, ha inflitto il colpo di grazia a Fermare il declino. Ma siamo sicuri che se questo "incidente" non ci fosse stato, il partito sarebbe riuscito a superare il 4%?
Francamente, io ho molte perplessità in proposito. Il punto è che Fara ha avuto un'impostazione elitarista che lo ha reso troppo distante dall'elettorato.
Anche l'iscrizione al movimento era qualcosa non alla portata di chiunque. Una contraddizione in termini, se si considera cosa dovrebbe essere un partito.
Certo, forse è anche per questo che una élite professionale è stata affascinata dalla politica. Ma sicuramente è così che si spiega il fallimento del progetto che, anche senza l'effetto Giannino, difficilmente avrebbe raggiuto i numeri per essere rappresentato a Roma.

Mamma non lo faccio più - Zecchino d'Oro

Correlati