Cime contenziose

1 Giugno Giu 2013 0840 01 giugno 2013

Avvocati, ecco perché serve un alieno in studio

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Sappiamo che, agli avvocati italiani, i soci di capitale non piacciono. Ma come sarebbe aprire le porte di un'associazione professionale o quelle del Cda di una srl legale (quando finalmente potrà essere costituita) a un partner intellettuale?
Tema interessante, esplorato già alcuni anni fa dai professionisti nordestini dello studio Ad Acta e oggi rilanciato dalla decisione della law firm inglese Ashurst di far entrare nel proprio board un consigliere indipendente e non avvocato. Un "alieno", praticamente.
La notizia, rilanciata il 30 aprile da Economiaweb.it, mi ha incuriosito.
Perché la governance di uno studio legale deve essere appannaggio di soli avvocati?
Le problematiche che una law firm si trova ad affrontare e le decisioni che è chiamata a prendere riguardano sempre più di frequente tematiche che esulano dalle mere competenze forensi.
A dirla tutta, quando si parla di gestione di un'organizzazione legale, quasi tutto ha poco a che vedere con la preparazione giuridica.
Mentre ciò che spesso manca è sensibilità commerciale, conoscenza delle regole di gestione del conto economico, capacità di visone strategica e obiettività.
Fare spazio a un terzo, un esterno, un professionista proveniente da un mondo diverso, non solo spezzerebbe il circolo vizioso dell'autoreferenzilità (tanto criticata dagli avvocati, ma puntualmente praticata) ma soprattutto consentirebbe allo studio o al suo organo di gestione di avere periodicamente opportunità di confronto con uno o più soggetti estranei alla routine quotidiana e capaci di analizzare con maggiore (e più utile) distacco le questioni all'ordine del giorno.
Tutto facile a parole, ma certamente non altrettanto nei fatti.
Si pensi al caso dei direttori generali. Questa figura manageriale esiste da alcuni anni in diversi studi legali italiani. Quasi sempre, non si tratta di avvocati. Ma altrettanto spesso le deleghe operative di questi professionisti sono schiacciate dall'invadenza dei soci, ciascuno dei quali si comporta da amministratore delegato.
In più, in Italia, gli avvocati tendono a supporre di essere in grado di svolgere anche il lavoro dei loro dirigenti "laici", sia che si tratti di addetti alla comunicazione, sia che si tratti di responsabili dello sviluppo del business e degli apparati tecnologici. La decisione presa dagli inglesi di Ashurst mostra, a mio parere, l'importanza di fare un passo indietro e cercare di trovare, anche grazie a stimoli esterni, il modo migliore per far crescere lo studio.
Resta da vedere se rimarrà un caso isolato o se, invece, diventerà una prassi consolidata per le law firm.

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