Cime contenziose

5 Luglio Lug 2013 0722 05 luglio 2013

Ecco perché gli avvocati italiani sono indifendibili (o quasi)

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Gregory Peck nella pellicola 'Il buio oltre la siepe'



Mesi fa, un caro amico avvocato mi disse: «Noi dovremmo avviare una campagna pubblica a sostegno dell'immagine degli avvocati». Ricordo che gli risposi che si trattava di una missione impossibile.
In Italia, la categoria sembra avere una particolare capacità di rendersi invisa. Uno spiccato senso dell'irritabilità.
A cosa sia dovuto tutto ciò non è semplice dirlo in linea teorica.

Ma scendendo sul pratico, l'ultimo caso dell'incontro-scontro conil ministro della giustizia Anna Maria Cancellieri costituisce un ottimo caso di studio. "Vittime" di un trattamento poco ortodosso da parte del guardasigilli, le toghe italiane sono riuscite a passare dalla parte del torto (almeno agli occhi della pubblica opinione) nel giro di poche ore, mettendo in piedi uno spettacolo di dubbio gusto, condito di insulti alle istituzioni sui social network e culminato nella decisione, discutibile, di disertare un incontro, programmato da tempo e richiesto dagli avvocati stessi, con Cancellieri per discutere della reintroduzione della conciliazione e della riforma della Giustizia.

Gli avvocati da anni (dalle lenzuolate di Bersani) si vedono puntualmente scavalcare quando i governi mettono mano a normative che riguardano la Giustizia e che quindi toccano la categoria in quanto parte integrante del sistema.
Perché, sì, è vero che senza avvocati degni di questo nome, uno Stato di diritto non è nemmeno immaginabile. Ma le battaglie che intraprendono per vedere riconosciuto il proprio ruolo costituzionale, spesso si trasformano in veri e propri boomerang e finiscono con l'essere percepite dall'opinione pubblica come mobilitazioni a difesa di mere istanze corporativistiche.

Perché tanta ostilità?

Secondo Paola Parigi, avvocato  e consulente in materia di comunicazione professionale, «agli occhi dei cittadini, parlando per iperboli, (ma neanche tanto), l’avvocato è rappresentato da quel che vede in tv: talvolta difensore di potenti impegnato in difese di corrotti e corruttori, spesso parlamentare/parassita firmatario di leggi ingiuste o ad personam, talaltra nei panni del commentatore di efferati delitti nei talk show. Naturalmente per una platea più colta e informata, l’avvocato è anche altro, ma la coesistenza di questi estremi con la più classica e sobria figura del libero professionista, induce anche il più benpensante ad avere dubbi sul concetto di deontologia forense e di etica professionale». «Questa immagine non proprio edificante», aggiunge Parigi, «non è stata mai sconfessata da prese di posizione pubblica e purtroppo ha una capacità di penetrazione molto superiore alla quotidianità operosa ed eticamente ineccepibile della stragrande maggioranza che vive quel caleidoscopio di realtà, che vanno dall’avvocato “di strada”, al grande avvocato della finanza internazionale; dal penalista alla familiarista e via dicendo».

Insomma, la credibilità di chi sostiene di portare avanti battaglie per conto della collettività (perché la tutela dei diritti è chiaramente un tema di pubblico interesse) è decisamente minata dalla rappresentazione mediatica che una parte, spesso la più visibile, della categoria offre di sè. Ma non è tutto.

«Difficile forgiare, in termini di comunicazione una sola “icona” di avvocato che possa essere veicolo di un messaggio di integrità e cultura, modernità ed efficienza, per una categoria che ha scioperato perché privata delle tariffe garantite, o perché offesa dalla introduzione della mediazione. Il cittadino non può comprendere come mai l’avvocato e il tassista si sentano accomunati da rivendicazioni protezioniste», osserva l'esperta.

Insomma, già si parte da una posizione non semplice. In più si aggrava la situazione sostenendo battaglie che la gente trova poco rilevanti e soprattutto legate a esclusivi interessi di bottega.

«Non sarebbe difficile concepire una campagna pubblicitaria istituzionale che evidenziasse i valori della avvocatura sana, ma soprattutto sarebbe ancora più facile impedire il degrado dell’immagine sociale dell’avvocato italiano. Sarebbe stato, ad esempio, sufficiente applicare la stessa inflessibilità che si è dimostrata contro la mediazione, o la pubblicità, o l’abolizione delle tariffe, contro la corruzione dei magistrati, contro l’innalzamento dei costi della giustizia, contro la legislazione ad personam, contro lo scempio del diritto e, più in generale, contro l’ormai cronica e diffusa inefficienza della magistratura».

Quindi, cosa si può fare. E' davvero impossibile agire e pensare alla realizzazione di una campagna di comunicazione che sia anche credibile?

Sul Punto, Giulia Maria Picchi, fondatrice di Maketude, pensa che ci sia ancora speranza.

«Dal punto di vista della comunicazione istituzionale credo debbano orientarsi su iniziative che coniugano attività concrete a vantaggio del territorio di riferimento e la comunicazione vera e propria, un po' come hanno scelto di fare i commercialisti di Venezia con la loro campagna di comunicazione integrata volta a chiarire meglio il loro ruolo e le loro competenze, prima sgomberando il campo dai preconcetti più diffusi e poi attirando l'attenzione sulle numerose attività a vantaggio dei clienti che svolgono ma che spesso non vengono adeguatamente percepite all'esterno».

Una delle affissioni della campagna dell'Ordine di Parigi. Lo slogan dice: 'Il fatto che non abbiate documenti, non significa che non avete diritto a un avvocato'.



Una campagna simile, costruita sulla valorizzazione sociale del ruolo degli avvocati è stata, per esempio, realizzata di recente in Francia e più precisamente dall'Ordine di Parigi (che da solo conta la metà degli avvocati attivi Oltralpe).

L'iniziativa ha puntato tutto sulla comunicazione del ruolo sociale degli avvocati. Insomma, Parigi (lo stesso Ordine che obbliga gli avvocati a pagare i praticanti e contrattualizzare i collaboratori degli studi legali) ha pensato che per migliorare la reputazione della categoria fosse necessario costruire una iniziativa non incentrata su se stessi ma su ciò che gli avvocati possono fare per la collettività attraverso l'esercizio della professione.

Un'idea elementare, mi verrebbe da dire, ma vista da qui, oggi, sembra rivoluzionaria.

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