Cime contenziose

27 Ottobre Ott 2013 1427 27 ottobre 2013

Giovani avvocati, problemi che non si vogliono vedere e soluzioni che non si sanno trovare

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Il XXII congresso nazionale dell'Aiga, l'associazione dei giovani avvocati italiani, è stato l'occasione per fare il classico "punto" sulla condizione in cui versa questa fetta della categoria forense e per scoprire, senza alcuna sorpresa, che i problemi di oggi sono esattamente quelli di un anno fa.
In mezzo è passata l'approvazione della nuova legge forense. Ma la normativa ad hoc per i professionisti del foro, evidentemente, ha poco inciso sulle sorti dei giovani legali.
Anzi, a detta dell'associazione e di molti dei presenti alla quattro giorni di Palermo che si chiude il 27 ottobre 2013, ha creato ulteriori problemi. Al punto da mettere a rischio la permanenza negli Albi di ben 100mila avvocati.
Dito puntato contro l'articolo 21 della legge forense che al primo comma stabilisce: «La permanenza dell'iscrizione all'albo è subordinata all'esercizio della professione in modo effettivo, continuativo, abituale e prevalente, salve le eccezioni previste anche in riferimento ai primi anni di esercizio professionale. Le modalità di accertamento dell'esercizio effettivo, continuativo, abituale e prevalente della professione, le eccezioni consentite e le modalità per la reiscrizione sono disciplinate con regolamento adottato ai sensi dell'articolo 1 e con le modalità nello stesso stabilite, con esclusione di ogni riferimento al reddito professionale». E al comma 8 aggiunge: «L'iscrizione agli Albi comporta la contestuale iscrizione alla Cassa nazionale di previdenza e assistenza forense».
Ecco, il combinato dipsosto di queste due privisioni, secondo l'Aiga, mette seriamente a rischio la permanenza di molti avvocati negli Albi. Il motivo è stato spiegato senza mezzi termini dal presidente dell'associazione Dario Greco il quale, oltre a ribadire la fatica che molti giovani fanno a sostenere le spese per l'iscrizione agli elenchi professionali e contestualmente anche alla Cassa (700 euro l'anno, ma solo peri i primi cinque di iscrizione. Poi si raddoppia, ha detto Alberto Bagnoli, presidente della Cassa intervenuto a Palermo) ha denunciato «l'impossibilità di dimostrare la continuità dell'esercizio professionale per chi lavora, spesso in nero, alle dipendenze di un "dominus" che firma le cause e dispone del pacchetto clienti».
Il dato è significativo e il fatto che tutti, almeno stando alle cronache giornalistiche, lo abbiano bellamente ignorato, lo è anche di più.
Dover pagare la Cassa e dimostrare lo svolgimento continuativo dell'attività forense è un problea solo perché molti giovani sono costretti a esercitare in condizioni di sfruttamento.
Ecco perché, i giovani avvocati chiedono da tempo che venga creato un contratto per chi ha come cliente unico lo studio legale per cui lavora.
Una domanda a cui, però, non si vuole dare una risposta. Eppure, una soluzione ci sarebbe. Neanche troppo complicata.
Sarebbe sufficente copiare. Da chi? Dall'Ordine di Parigi, per esempio. L'ente, nel 2012, ha adottato una carta delle buone pratiche della collaborazione (Charte des Bonnse pratiques de la collaboration) in cui ha stabilito dei principi con tanto di obblighi e doveri a cui devono attenersi tutti gli studi legali di Parigi che prendono avvocati collaboratori e i legali interessati da questi rapporti di lavoro esclusivi con il cliente unico.
Si tratta di un documento snello (11 pagine) che fa chiarezza sui ruoli di entrambi (avvocati datori di lavoro e colleghi fornitori) stabilisce che questo tipo di rapporti non configura una forma di occupazione dipendente e grantisce che l'attività del collaboratore sia remunerata in modo adeguato.
Oggi in Italia, la gran parte dei collaboratori di studio percepisce, a inizio carriera, un compenso che si aggira mediamente sui 500 euro al mese. Vale a dire 16 euro e 50 centesimi al giorno. Una cifra che si commenta da sola e sulla quale i due euro al dì annunciati da Bagnoli pesano per ben il 12%.
Se poi non si ha voglia di tradurre la charte des bonnes pratiques francese, allora basta rivolgersi all'italianissima Asla (associazione degli studi legali associati) che nel 2011 ha adottato un codice di best practice per la gestione del rapposto tra studio e collaboratori.
Il documento indica delle linee di condotta (non obbligatorie) che gli studi associati possono prendere come riferimento per gestire in maniera opportuna il rapporto con i loro collaboratori.
Insomma, quando si deciderà di guardare in faccia la realtà e vedere i problemi che affliggono la categoria, le soluzioni potrebbero rivelarsi meno impervie del previsto. Anzi, a portata di mano.

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