Cuoco di bordo

3 Dicembre Dic 2012 1210 03 dicembre 2012

Le primarie della sinistra e la "balcanizzazione" della destra

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Alle primarie della sinistra, Pierluigi Bersani ha vinto con il 61% delle preferenze, lasciando sotto la soglia psicologica del 40% il rampante Matteo Renzi il quale, dopo questa sconfitta ammessa senza mezzi termini, tornerà a fare il sindaco di Firenze.


Questa vittoria di Bersani, attesa alla vigilia sia del primo che del secondo turno, segna chiaramente la direzione che la sinistra italiana avrà nei prossimi anni. Il segretario del PD, infatti, ha dato una chiara impronta socialdemocratica alla sua linea politica, quel famoso "profumo di sinistra" che prescinde dalle possibili alleanze con Casini. L'accento un po' demagogico sul lavoro da parte di Bersani va a presupporre un'impostazione più "socialista" delle politiche di sviluppo, una ricetta che punta alla forte tassazione dei grossi redditi e patrimoni, per trovare fondi da "girare" per la creazione di lavoro con incentivo statale. Una ricetta alla Hollande, a mio modo di vedere sbagliata, che rischia di essere ulteriormente depressiva e che potrebbe portare a un'ennesima fuga di capitali verso l'estero, cosa che la Francia sta sperimentando già dopo pochi mesi di governo a guida socialista.


Se, da questo punto di vista, la sconfitta di Renzi – che proponeva invece un piano di liberalizzazioni più moderno a partire dalla liberalizzazione del mercato più importante, quello del lavoro – è sostanzialmente un male per il paese, da un altro punto di vista è forse quello di cui il sistema politico italiano aveva bisogno. La linea Renzi, arricchita dal pensiero di Pietro Ichino, è lontana anni-luce dalla tradizione della sinistra italiana e avrebbe molto difficilmente potuto esplicitarsi in provvedimenti importanti, vista la base elettorale e partitica di Sinistra Ecologia e Libertà in primis, ma anche dello stesso Partito Democratico.


La presenza di un leader come Renzi in una coalizione fortemente socialdemocratica sarebbe stata sostanzialmente un bluff ideologico, per cui, a livello macro-politico, io sono propenso a prendere per buono il risultato delle primarie. Che la sinistra faccia quello che sa fare meglio: la sinistra!


Appurato che essa oggi non è il Labour Party inglese e che, quindi, non c'è spazio per un Tony Blair in salsa italica, c'è da chiarire un'altra questione fondamentale: qualcuno dovrà rappresentare davvero la tradizione liberale. E qui arriviamo al vero punto dolente, cioè che la destra italiana, per dirla con Machiavelli, è passata dalla condizione di "difficile da conquistare, facile da mantenere" dell'età berlusconiana a "facile da conquistare, difficile da mantenere" di quest'anno. Durante il periodo in cui il potere di Berlusconi è stato all'apice, la destra italiana (io odio i termini centro-sinistra e centro-destra e, tagliando le fasce estreme, utilizzerò solo destra, sinistra e centro) è stata dominata e mantenuta con pugno di ferro. Al Cavaliere, però, della linea politica effettiva della destra non è mai interessato più di tanto, essendo passato dalla "rivoluzione liberale" all'anti-europeismo populista pur di mantenere il potere, consentendo così al malaffare diffuso del PDL di prosperare. Decaduta la sua leadership, si è verificata una "balcanizzazione" dell'area della destra, una scomposizione che fatica a ritrovare una composizione e che è dovuta sostanzialmente a un motivo: l'incompatibilità, sempre celata o sottovalutata, tra destra sociale e destra liberale.


Per il bene della politica del paese sarebbe opportuno innanzitutto mettere fine una volta per tutte all'immenso equivoco berlusconiano; ci vorrebbero, poi, un rinnovamento radicale della classe dirigente (in particolare di quella che viene dalla Prima Repubblica) e la creazione di un vero rassemblement liberale, lontano dai populismi e che tagli le ali, quelle che, per esempio, hanno svuotato ogni provvedimento del governo Monti onde poter demagogicamente mantenere un proprio ruolo e rendendo i tecnici invisi anche a chi qualcosa di liberale la mastica pure.


Un tentativo coraggioso lo si sta facendo dal centro, ma non da parte di Casini che naviga a vista da anni e che, forte della sua tradizione democristiana, è ora pronto a salire nel carro del probabile vincitore (Bersani). Bensì, dall'area dei movimenti e delle associazioni, Italia Futura, la Comunità di Sant'Egidio, Zero Positivo, le ACLI, che alla sinistra vorrebbero contrapporre un Monti-bis, stavolta forte di un mandato politico vero e caratterizzante, che la Grosse Koalition di oggi non è stata in grado di dargli. Questo potrebbe e dovrebbe essere un tentativo di lanciare un'OPA sulla destra italiana su basi liberal-democratiche, che sarebbe ancora più forte se ricevesse anche l'appoggio di Fermare il Declino di Oscar Giannino, che fino ad oggi ha fatto tanta testimonianza ma ha dimostrato poco pragmatismo.


Tutto ciò sarà difficile, poiché, allo stato attuale delle cose, è più probabile un altro "grande (ma piccola) destra" attaccata a scotch, nuovamente alleata dei populisti della Lega Nord e che nuovamente unirà per mera convenienza anime quasi antitetiche, il cui unico trait-d'union sarà la ricerca spasmodica di un nuovo caudillo. Insomma, salvo rivoluzioni dell'ultima ora, se la sinistra si è organizzata e si è data sia un leader che una linea, la destra - che si facciano o meno le primarie-barzelletta e che Berlusconi faccia o meno il suo partito-barzelletta - riuscirà difficilmentea fare lo stesso entro le elezioni politiche, che saranno veramente poco entusiasmanti per chi ha una certa idea dell'Italia, renziani compresi.


Quando l'Italia si doterà un polo genuinamente social-democratico e uno genuinamente liberal-democratico, forse finalmente si potrà uscire dal pantano politico in cui ci troviamo. Per ora, in questo mare-magno che c'è a destra, e vista la pericolosità della linea politica di Bersani, forse la soluzione l'abbiamo davvero già tra le mani e si chiama Mario Monti.

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