DEDICATO A CHI LOTTA

19 Gennaio Gen 2016 1928 19 gennaio 2016

L'ARTE DELLA RIBELLIONE SI COSTRUISCE DA PICCOLI

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Nelle ultime ore si sta parlando e scrivendo molto del gesto compiuto da una ragazzina di 12 anni che, a Pordenone, ha tentato il suicidio lanciandosi dal balcone di casa. L’ennesimo caso di vittima di bullismo. La scuola e la Preside si dichiarano scioccati perché «non c’era alcun segnale che lasciasse presagire quanto accaduto».
Non mi stupisco affatto. E’ assolutamente comprensibile che adulti del nostro tempo non siano capaci di decodificare atteggiamenti e silenzi di giovani nel pieno del loro percorso formativo.
Per farlo ci vuole tempo da poter dedicare, energie da voler spendere, amore da provare verso quel sentire così ancora privo di strutture e difese. Dietro la storia di questa ragazza ci sono tante altre storie, meno estreme, che si perdono nel turbinio della quotidianità, senza trovare voce né penna.
Ci sono le vite di tanti giovanissimi italiani dimenticati dal nostro Paese, dalla politica, dall’informazione e dall’indifferenza degli adulti che li circondano, proprio coloro ai quali è demandata la loro educazione emotiva, culturale e, perché no, civica.
Ho lasciato la scuola da qualche anno ma conservo un’affettuosa gratitudine per l’istituzione che, più di tutte, ha contribuito a costruire la donna che sono oggi. Certo, devo un riconoscimento anche a me stessa e alla mia famiglia. Ricordo che, quando in terza media, dovemmo comunicare ai nostri insegnanti il liceo che avremmo scelto l’anno successivo, la mia professoressa di Italiano mi guardò e davanti a tutta la classe mi disse: «Io credo che per te più che il Liceo Classico sia meglio uno Psico-Pedagogico». Così sentenziò e così scrisse nello spazio del foglio riservato al consiglio del docente. Una parte di me in quel momento si sarebbe voluta sotterrare, mentre, un’altra parte inviò la domanda di iscrizione al Liceo Classico più rinomato della mia cittadina di provincia. Durante gli anni successivi cambiai città e tre scuole. Patii qualche pena dell’inferno dietro alle versioni di greco e latino ma terminai gli ultimi anni accompagnata da un paio di Professori che ancora ricordo con riconoscenza. Ho avuto la fortuna di avere spalle larghe, grande determinazione e una famiglia che mi ha sempre dato gli strumenti per leggere il mondo che mi stava intorno. Così alla fine ho sempre trovato quello che cercavo.
Tra le mura della mia casa continuano ad entrare racconti di scuola, stavolta romani, grazie ad una sorella che sta per affrontare la maturità. E’ notizia proprio di ieri che, la sua classe, dopo aver cambiato un insegnate di Italiano all’anno, per quest’anno ha già perduto quello che c’era e poiché nessuno è disponibile in graduatoria, chiameranno chi non ha ancora l’abilitazione.
Questo solo per segnalare la grande considerazione che gli studenti di quella classe sentono verso se stessi.
Poche settimane fa un ragazzo che conosco da anni alla mia domanda 'come va?', mi ha risposto così: «bene, considerando che la mia città è morta, il centro è stato svenduto, fioriscono negozi nuovissimi e costosi mentre le periferie muoiono, ci sono sempre più sgomberi, se entro a scuola ed esco prima nessuno se ne accorge, gli insegnati sono stanchi di spendere energie, tanto poi, chi ha i soldi si paga le ripetizioni».
Atterrita già da tutta quella sfilza di parole, ricordandomi del suo “antico” impegno politico ho tentato di risollevare il suo racconto chiedendo 'e la politica?'. «La politica non la faccio e non la seguo più come prima. Poi qui in città ci siamo divisi tutti, ognuno fa la sua piccola lotta e non riusciamo ad unirci in un grande movimento», questa la risposta che mi è dispiaciuto di più sentire ricordandomi di tutti i kilometri che, negli anni passati, aveva percorso, su un pullman, di notte, per partecipare a qualche manifestazione, alle Assemblee di scuola a cui aveva partecipato attivamente e alle elezioni di classe vinte più di una volta. Mi è dispiaciuto vedere come un ragazzo a 19 anni avesse già un po' smarrito l'entusiasmo di credere in qualcosa.
E tutto questo succede nella capitale dell’impegno civico, Bologna.
Quando sento questi racconti, quando vedo amici di mia sorella pietrificati di fronte alla scelta dell’Università, quando ho accanto un mio coetaneo (sono già 26 anni) che non lavora, mi sale l’indignazione. Mi indigno perché a molti di questi giovani cittadini viene negato il diritto ad un’istruzione di qualità, ad un lavoro all’altezza delle loro capacità e uno sguardo di attenzione per chi prenderà in mano il testimone di questo paese. E ricordiamoci che quello che le opportunità che il un paese mette a disposizione dei propri cittadini è strettamente collegato alla loro intima serenità o disperazione.


La cosa curiosa è che dietro questi racconti ci sono sia ragazzi dalle possibilità economiche esigue e altri con la casa affacciata su Piazza del Popolo. La differenza è che in questo paese questi ultimi potranno comprarsi l’istruzione migliore, frequentare le Università più rinomate e, forse, non cadranno in quel 44% di disoccupazione giovanile. Per gli altri invece inizierà una dura lotta per guadagnarsi un posto nella società. Lasciatemi dire, però, che la capacità di affrontare il mondo e di saper leggere una società come la nostra, un paese come l’Italia con tutte le sue singolari logiche, non si compra. E quello che vedo intorno a questi ragazzi è il vuoto: vuoto politico, istituzionale, sociale che li rende tutti fragili allo stesso modo.
Bisogna imparare da soli, perché, nessun paese che voglia mantenere basso il livello di consapevolezza dei propri cittadini insegnerà né stimolerà, l’arte della ribellione. Una ribellione astuta e sottile. Quella ribellione che oltre la piazza, si consuma nella quotidianità di ciascuno. Impegnandosi in qualcosa, così da diventare i migliori in un determinato ambito, assolvendo i propri doveri con un certo appagamento e reclamando i propri diritti, dicendo qualche no e avvicinandosi alle persone che stimiamo. In fondo, per cambiare il futuro, non serve essere degli eroi, ma, piuttosto, instancabili lottatori della quotidianità. E’ questo di cui l’Italia ha davvero paura.