DEDICATO A CHI LOTTA

24 Gennaio Gen 2016 1337 24 gennaio 2016

Unioni Civili, a Roma scende in piazza un melting pot di classi sociali

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C’è un aspetto che, più di altri, mi ha colpita mentre, ieri, a Roma, mi facevo spazio tra i cittadini che hanno preso d’assalto piazza del Pantheon per dire “sì” al riconoscimento delle Unioni Civili. Le sfumature di colori così diversi che hanno pitturato quella piazza. E non mi riferisco tanto a quelle delle bandiere arcobaleno, dei cartelli rossi e delle sveglie di varie fantasie. Le sfumature di colore che hanno attirato la mia attenzione sono quelle di classe, età e genere. In mezzo a quella piazza gremita mi sono ritrovata a parlare con una mamma eterosessuale, bionda, occhi azzurri, dall’aspetto borghese trascurato-chic, accompagnata dai suoi figli, ho condiviso le mie riflessioni con un signore distinto, il nonno di famiglia che tutti immaginano, ho incontrato una signora che con la sua compagna aveva avuto una bambina, una donna semplice, entusiasta, dall’aspetto un po’ fricchettone. Ho osservato una signora in pelliccia tenere in mano una sveglia, l’oggetto simbolo del flash-mob, con accanto due ragazzi che, sempre procedendo per stereotipi, mi sembravano omosessuali e, nel film mentale che scorreva nella mia testa, erano i figli di quella signora d’alta borghesia che proprio per loro aveva cambiato modo di pensare, di parlare e, magari, di sentire e amare. A cavalcioni di un papà c’era, poi, una bambina con una sciarpa colorata al collo: «Io sono americano – mi ha spiegato il signore-, in America la situazione dei diritti è diversa ma quello che sta avvenendo in questa piazza è importante. Un giorno la mia bambina stava giocando con due pupazzi maschi e li ha fatti sposare. Le ho spiegato che però in Italia questo non è ancora possibile. La bambina allora mi ha detto “papà allora facciamoli trasferire in un altro paese”».

Quando mi trovo all’estero, ovunque io sia, il primo gesto che compio per integrarmi e testare il polso del paese che mi ospita, è entrare banalmente in un caffè. Me ne sto seduta per un po’, meglio se da sola, ad osservare i miei vicini di tavolino, l’atteggiamento dei camerieri e le mie sensazioni. Quello che solitamente mi colpisce è vedere come, oltrepassando il confine italiano, molti degli stereotipi con cui conviviamo cadano all’improvviso e i primi luoghi in cui questo mi balza agli occhi sono i locali pubblici. Vecchi e giovani si incontrano intorno allo stesso tavolino, manager indaffarati se ne stanno soli davanti al loro pc rassicurati dalla connessione internet del locale, donne dallo sguardo sereno scrivono pagine e pagine di diario guardandosi ogni tanto intorno e capita spesso di vedere anche chi cena da solo senza scorgere l’imbarazzo cosmico sul suo volto.

Tutto questo melting pot di umanità è da sempre fonte di ossigeno per i polmoni e di spazio per la mente. E’ la libertà di essere e vivere per quello che si è, senza aderire a caselle sociali precostituite. E’ libertà. Quella libertà che ieri ho visto scendere in piazza e prendere vita intorno a me.

Perché la Chiesa è per i fedeli, mentre i diritti sono di tutti e tutte. Avanti con la lotta.