DEDICATO A CHI LOTTA

3 Marzo Mar 2016 0953 03 marzo 2016

GRECIA E SIRIA, DUE UMANITA' UNITE NELLA LOTTA PER LA DIGNITA'

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Ci sono delle immagini che ormai da giorni si accavallano nella mente senza riuscire a cacciarle via dai pensieri. Da un lato ci sono i volti straziati dalla fatica, dal freddo e dalla fame, ci sono i bambini che piangono, uomini che cercano di sfondare la barriera che non gli permette di proseguire il viaggio della loro salvezza, e ci sono quelle parole urlate con la rabbia di chi è dalla parte giusta e per questo ancor più disperate: “open the border, open the border, open the border”. Parole che diventano quasi una melodia che riecheggia in testa. E poi, poi ci sono le immagini, di piazza Syntagma, il cuore di Atene, che si riempie di vita dopo la vittoria dell’OXI al referendum greco, ci sono tanti volti felici e, oltre l’ossigeno, si respira pura speranza. Quella stessa speranza che ha attratto alcuni europei e spaventato altri. Sembrano passati anni da quel racconto, invece, questo accadeva appena qualche mese fa. Passano i giorni e queste fotografie cambiano. Piazza Syntagma diventa teatro di una guerriglia tra polizia e manifestanti, la speranza cede il passo alla rabbia, nel migliore dei casi, alla disillusione, nel peggiore. La Grecia rinasce e muore nel giro di pochi giorni. Per chi in quei giorni vive, sogna e soffre con i cittadini greci la sensazione è che fuori ci sia qualcuno che tiene in pugno le fila di un teatrino già stabilito. Perde la Grecia ma quel sacrifico serve quantomeno a smascherare le logiche europee che, innalzano a supremo valore i numeri e riducono a nullità il mandato popolare.
L’Europa ora, invece, trema. Il vento che potrebbe mettere in crisi il vecchio continente soffia da lontano, così lontano che, per un attimo, c’era sembrato che di quel luogo potessimo fare qualsiasi cosa. Tanto era lontano. Come se la lontananza annullasse l’umanità. Gli uomini non sono più uomini come noi, le case abbattute non sono come le nostre, quella quotidianità spezzata per noi si riduce ad un presente scontato. E’ curioso vedere come quel vento umano che minaccia l’Europa sia lasciato lì in attesa, proprio nel paese che, pochi mesi fa, prendeva la rincorsa per sfidare il gigante europeo e fare la sua piccola rivoluzione. E’ ancor più impressionante che quello stesso popolo accolga, apra le proprie case, a quell’umanità che sta combattendo la sua guerra. Questa è la natura insita al popolo greco. E proprio nell’attimo in cui un cittadino greco tende la mano a un uomo siriano, è lì che si sovrappongono due immagini apparentemente distanti. Due popoli, due scorci di umanità vicini non solo fisicamente. E’ vero la Grecia è stata portata nella situazione in cui è perché la corruzione e la mala politica hanno per decenni occupato il Paese. Cose che noi conosciamo bene, non c’è bisogno di spiegarlo. Nonostante questo, forse la morale cattolica insita in credenti e non, ci portava a dire in maggioranza che la Grecia doveva pagare e sopportare la sofferenza per redimere le sue colpe. Il problema vero è che in quel territorio non c’era e non c'è più niente da dare, apparte l’accoglienza e il calore, che scorrono ancora nel sangue ellenico senza essere stati corroti, questi no, dalla cruda realtà. In Siria, invece, ci sono le bombe che cadono dal cielo e fanno morti, tanti morti. Ricordo che il giorno in cui arrivai ad Atene il luglio scorso, dopo qualche anno di assenza, vidi una città spettrale. Un giorno qualunque notai un signore che, come me, in mezzo al marciapiede, fissava un palazzo disabitato. Sceneggiatura perfetta di un combattimento appena concluso. «Qua è passata la guerra - mi disse quell'uomo dallo sguardo profondo- una guerra senza bombe ma i morti ci sono lo stesso, sono solo più invisibili». Questa frase mi ha accompagnato per tutto il mio viaggio. In quei giorni e ancora oggi mi sono sempre sentita dalla parte di quel popolo perché credo fermamente che la storia di un Paese possa essere riscritta, perché credo che il popolo abbia il potere di cambiare il presente e progettare il futuro. Questa è la speranza che si è spenta nelle stanze di Bruxelles. Questa è la speranza che molti non hanno capito, perché, nonostante tutte le mancanze che gli stessi greci si riconoscono, questo è un popolo che lotta. Una lotta per riconquistare la dignità. Questo stesso popolo oggi tende la mano a quell’umanità che, davanti ai reticolati, ha la forza di combattere, non solo per scappare dalle bombe, ma per difendere la propria dignità. Ed è in quel momento esatto che il volto di chi pochi mesi fa era in piazza Syntagma con il sorriso sul volto e la convinzione di farcela nel cuore e quello di chi guarda oltre il filo spinato si sovrappongono in un’unica umanità. L’umanità che lotta e, invece, di resistere, combatte. Il mondo oggi ci chiede di abdicare a quella battaglia ma dall’angolo del continente qualcuno ci ricorda che essere cittadini, di qualsiasi paese e in qualsiasi continente, vuol dire, ancora oggi, battersi per i propri diritti. Se non teniamo a mente questo ci sembrerà sempre più inspiegabile quel pugno alzato in una piazza europea o al di là di un filo di ferro.