Dentro la costituzione

26 Luglio Lug 2016 1313 26 luglio 2016

Impedire ai mafiosi di ritornare

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Recenti iniziative giudiziarie contro esponenti della ndrangheta che controllavano il mercato del pesce, oppure contro quelli che operavano per mettere le mani sui lavori della TAV, dovrebbero destare particolare preoccupazione.
E non intendo riferirmi al coinvogimento di politici o all’assalto al mercato dei lavori pubblici, ma piuttosto ad un dato che emerge da entrambe le inchieste: il ruolo da protagonisti dei figli dei mafiosi degli anni 80’ e in qualche caso degli stessi uomini già ai vertici in quegli anni ed in quegli anni processati e condannati con sentenze definitive.
Tutto ciò conferma che il contrasto giudiziario alle mafie, pur in territori con forti presenze mafiose a vocazione familistica, è stato presente in modo fermo almeno dagli anni 80’ e lo è ancora oggi.
In Calabria il tessuto familiare delle cosche ha reso difficile il fenomeno dei collaboratori di giustizia e dunque deve darsi atto delle maggiori difficoltà delle polizie giudiziarie e della magistratura per l’istruzione dei processi.
Proprio per queste difficoltà operative il lavoro della magistratura dovrebbe essere maggiormente valorizzato. Quando, in presenza di sentenze definitive con cadenza quasi decennale, i vertici e gli adepti delle cosche vengono arrestati e condannati ed i beni sequestrati, il problema non è più giudiziario, ma sociale e politico.
Nelle sentenze, da sempre, vengono ricostruiti i fatti, i collegamenti tra i criminali e i collegamenti tra questi e il mondo sociale e politico coinvolto, viene generalmente individuata tutta una catena di fiancheggiatori e quel mondo parallelo nel quale molti restano invischiati.
Bisognerebbe leggerle le sentenze, e non dovrebbero farlo solo gli addetti ai lavori.
Bisognerebbe che le strutture centrali e periferiche dello Stato, le Regioni ed i Comuni operassero per rendere impossibile il ritorno sulla scena di criminali sconfitti.
Camere di commercio, associazioni imprenditoriali e industriali, organizzazioni sindacali, banche, stazioni appaltanti dovrebbero essere messe in grado, con adeguata legislazione di prevenzione e di controllo, di porre in essere comportamenti trasparenti ed adeguati per impedire che le associazioni mafiose sconfitte possano rigenerarsi.
La conoscenza generalizzata e diffusa delle pratiche mafiose accertate e la trasparenza nelle condotte di rilievo pubblico potrebbero concorrere in modo importante ad evitare il riproporsi sulla scena criminale degli stessi soggetti.
Il web potrebbe essere di grande ausilio.
Non ha senso magnificare i successi delle polizie nel caso di arresti di latitanti se poi non vengono valorizzati i successi delle polizie e della magistrattura inquirente, quando le sentenze defitive evidenziano delitti ed autori.
Così operando, omettendo di attivarsi su tutti i fronti e non solo quello giudiziario, passa un messaggio devastante per il quale l’imprenditoria mafiosa viene vista come vincente ed il padrino viene visto come autorità di riferimento. L’economia inquinata da violenze e corruzione non viene più vissuta come un male assoluto del sistema ed i confini tra la legalità e l’illegalità sfumano sempre più. Se l’illegalitá comunque muove il mercato, coloro che se ne avvantaggiano si curano poco delle fasce deboli della popolazione, quelle piú penalizzate.
E’ auspicabile che una moderna legislazione possa impedire tutto ciò e soprattutto metta i funzionari pubblici e la società civile in grado di avvertire il rischio del collateralismo, evitando che ci si possa trincerare dietro il comodo alibi della mancanza di strumenti di conoscenza.

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