Dentro la costituzione

8 Giugno Giu 2017 1805 08 giugno 2017

Il sogno di incisive politiche antimafia

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Sul sito di LeG il 4 giugno 2017 Rossella Guadagnini raccoglie e riporta pensieri di Nino Di Matteo.
Due considerazioni del magistrato, nel quale rivedo tanti miei giovanili entusiasmi e sacrifici, meritano una particolare attenzione e condivisione.
La presenza di magistrati in politica viene riconosciuta da Di Matteo come possibile, ma si suggerisce che la scelta sia irreversibile, senza la possibilità di ritornare poi a fare il giudice.
Considerazione condivisibile, ma con una ulteriore precisazione per evitare equivoci: l’irreversibilitá dovrebbe riguardare anche i ruoli del pubblico ministero e dovrebbe essere conseguenza anche della semplice partecipazione ad elezioni o dell’assunzione di funzioni politiche, a prescindere da successi elettorali o cooptazioni giustificate per profili tecnici del cooptato.
Nel merito si può convenire tutti che non è assolutamente scontato che un buon magistrato possa essere, per il solo fatto d’essere magistrato, anche un buon politico. Quel che è certo è che un magistrato, dopo aver svolto ruoli politici, se torna in magistratura mette a rischio la percezione della terzietà del ruolo e ciò a prescindere da personali condotte. E ciò vale anche per i pubblici ministeri promotori dell’azione penale.
La Costituzione già prevede delle rotture al principio di uguaglianza quando all’art. 98 è scritto che si possano con legge stabilire limitazioni al diritto d’iscriversi ai partiti politici per i magistrati, i militari di carriera, i funzionari ed agenti di polizia ed i rappresentanti diplomatici e consolari all’estero. I motivi sono evidenti ed a maggior ragione dovrebbero valere per chi da magistrato passa a svolgere ruoli politici.
Dunque nessuna porta girevole, nessun ritorno a ruoli giudicanti o requirenti.
Personalmente, avendo svolto funzioni di magistrato per tanti anni, sono soddisfatto che Di Matteo condivida un assunto che con il circolo di Messina di LeG portiamo avanti da tempo.
A Di Matteo mi sento vicino anche per una seconda considerazione che ancora di piu’ mi coinvolge anche come cittadino: il sogno di una politica che sia in prima linea nella lotta alla mafia.
Anch’io avevo questo sogno, insieme a tanti altri colleghi in Calabria e in Sicilia e ovunque si provava a contrastare la mafia. Sul finire degli anni ‘80 sembrava prossimo a realizzarsi. O quanto meno legittimamente pensavamo d’aver fatto tutto ciò che era in potere della magistratura e delle forze dell’ordine perchè il sogno si realizzasse. Dopo anni di istruttorie portate avanti con grandi sacrifici, i maxi processi a Palmi, Reggio Calabria, Palermo e anche in altre città del sud individuavano consorterie mafiose che avevano aggredito il tessuto civile della società. I capi delle cosche riconosciuti come tali erano condannati all’ergastolo con sentenze confermate in Cassazione, ristretti in galera o comunque latitanti. I loro patrimoni sequestrati e poi confiscati grazie alla legge Rognoni-La Torre.
Nelle sentenze, autentici libri di storia del paese, c’era scritto tutto: nomi dei capi delle cosche di Palermo, Trapani, Agrigento, Reggio Calabria, Locri, Palmi, Vibo, Catanzaro, Cosenza, Napoli etc, dei loro sodali con i rispettivi ruoli, sfere d’influenza, società di riferimento, nomi di favoreggiatori, modus operandi delle cosche, violenze, intimidazioni e attività corruttive.
Lo stesso può dirsi per gli atti delle diverse commissioni antimafia succedutesi nel tempo.
Cosa non ha funzionato nel paese?
Perchè ancora oggi magistrati come Di Matteo si trovano costretti a compiere sacrifici considerevoli per contrastare gli stessi fenomeni degli anni 80’?
Perchè si è consentito alle mafie di aggredire altri territori?
Perchè, specialmente in Calabria, ma anche in Sicilia e in altre regioni vengono sequestrati patrimoni sempre più ingenti riconducibili agli stessi capi mafiosi, molti dei quali ristretti al 41bis?
Perchè questi deliquenti che mettono a rischio la democrazia del paese, come è dimostrato dal numero dei comuni commissariati per mafia, continuano con i loro uomini ad esercitare un potere alternativo allo Stato nonostante l’impegno continuo dei magistrati e delle forze dell’ordine?
Perchè i politici non prendono atto che l’antimafia istituzionale e l’antimafia sociale richiedono ed invocano politiche di supporto alla loro azione?
Il rinvio nell’adozione di legislazioni adeguate accresce l’isolamento di coloro che in prima linea contrastano il fenomeno mafioso. Passa un messaggio devastante: la classe politica non supporta la lotta alla mafia.
Se per i commentatori richiamare la mancata legislazione sulla prescrizione, autentico regalo per i corrotti, e sulle misure antimafia può essere anche stancante, per chi opera in prima linea è delegittimante.
Mi auguro che gli interrogativi possano trovare risposte concrete nella ormai imminente campagna elettorale con l’assunzione di impegni articolati e non generici e mi auguro poi che possano trovarle anche in politiche future, che consentano d realizzare il sogno di una società nella quale la mafia e la corruzione siano vissute come disvalore da tutti ed ogni giorno.

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