Dentro la costituzione

19 Settembre Set 2017 1235 19 settembre 2017

Magistrati in politica?

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In Italia tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge.
Ma alcuni, e legittimamente, godono di prerogative particolari. Sicuramente esponenti di settori della politica e magistrati.
Il fondamento costituzionale in entrambi i casi si può facilmente ricondurre alla necessità di svolgere funzioni essenziali per il paese al di fuori di condizionamenti e pressioni illecitamente portati nel caso dei politici e con assoluta automia ed indipendenza nel caso dei magistrati.
Nei sistemi democratici il consenso elettorale o la cooptazione per chiamata selezionano la classe politica; un difficilissimo concorso consente a donne ed uomini preparati tecnicamente di accedere in magistratura. Anche avvocati possono essere chiamati ad assolvere funzioni giudiziarie in ruoli predefiniti.
La divisione dei poteri assicura che il potere politico possa legiferare e governare e che la magistratura possa garantire il rispetto della legge in autonomia ed indipendenza.
Nella realtà spesso si “grida” all’attacco alla magistratura nel caso di leggi che ne limitano spazi di intervento e spesso si “grida” al complotto nel caso di inchieste che incidono su equilibri politici.
Guardando a tutto ciò con passione politica o con adesione corporativa si rischia di alimentare contrapposizioni che danneggiano tutti.
Valutando invece il tutto con serenità, accettando inevitabili differenziazioni ideologiche ed ammettendo la possibiltà di errori umani di rilevante gravità per le persone, si può anche riconoscere che il sistema democratico consente di superare anche durissimi momenti di frizione.
In questo quadro possiamo però chiederci se la partecipazione dei magistrati alla vita politica possa costituire un vantaggio o uno svantaggio per il paese.
Selezione elettorale o cooptazione politica proiettano giudici, più spesso pubblici ministeri, fuori dalle aule dei tribunali. Non dovranno essere più autonomi ed indipendenti, ma dovranno scegliere, indirizzare, promuovere linee e scelte politiche , attività tutte che richiedono coinvolgimento ed anche ricerca del compromesso per l’elaborazione della legge o l’amministrazione della cosa pubblica.
Promossi elettoralmente o cooptati i magistrati, riposta la toga, diventano partecipi della “lotta politica”. Questo a prescindere da quanto disposto dall’art.98 della carta costituzionale sulla possibilità di limitare con legge il diritto per imagistrati di iscriversi ai partiti politici.
In realtà la storia del paese ci mostra esempi di coinvolgimento forte dei magistrati-politici nella competizione politica e ciò a prescindere da iscrizioni formali.
Accetto la tesi della legittimazione dei magistrati a concorrere alla vita poltica, anche se nell’attuale quadro che consente il rientro nei ruoli non auspico e non condivido le scelte individuali in tal senso, e do per scontato che potranno essere buoni politici o meno nella stessa misura e percentuale di altre espressioni della società civile.
Non mi sta bene, e forse è un tema che potrebbe essere sviluppato nelle prossime campagne elettorali, che magistrati transitati in politica rientrino nei ruoli per esercitare le funzioni di giudice o di pubblico ministero.
Poco importa se si tratta di mandati politici brevo o lunghi, anche se in questo secondo caso appaiono di difficile lettura le valutazioni che il CSM offre per giustificare la progressione in carrierera dei magistrati anche nel periodo del distacco.
Quello che importa ai cittadini che ricorrono al giudice o che devono rispondere al giudice è sapere se le scelte del giudice, del collegio che giudicherà o quelle del pubblico ministero che li accuserà siano espressione di un libero convincimento ancorato alle prove raccolte ed ai principi di autonomia ed indipendenza, o se invece siano influenzate da un sentire politico.
Nel caso di magistrati che abbiano svolto ruoli politici, legittima e comprensibile appare la posizione di chi è portato a mettere in dubbio autonomia ed indipendenza di chi è chiamato a giudicare o accusare. E naturalmente nessun rilievo assumono caratteristiche personali quali onestà e correttezza che possono anche darsi per scontate.
E’ realmente un problema di portata rilevante per il quale appaiono non adeguati gli istituti dell’astensione e della ricusazione.
E’ giunto il momento di risolvere legislativamente il problema che appare ineludibile. Forse è giunto il momento che se ne parli in campagna elettorale e che i giudici ed i pubblici ministeri che dovessero candidarsi o essere cooptati dicano essi stessi in che misura avvertano il problema.
Il giudicare e l’accusare nel quadro costituzionale sono ancorati all’autonomia ed all’indipendenza della magistratura.
Il CSM è il garante dei valori sopra indicati e la stessa organizzazione amministrativa della giustizia, compito precipuo del Ministro della Giustizia, è in gran parte curata da magistrati distaccati nelle diverse direzioni dello stesso Ministero.
Evitare di incrinare, anche se sorretti da nobili intenzioni, un quadro costituzionale definito ed evitare di incrinare la fiducia del cittadino nella giustizia è certamente compito del legislatore, ma può essere avvertito ancor prima ed a prescindere, come un dovere ineludibile da chi ha l’onore di indossare la toga e sostiene l’onere di indossarla nel nome del Popolo Italiano.

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