Diplomaticamente

11 Giugno Giu 2012 1856 11 giugno 2012

Siria. Un tragico ballo in maschera

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Un altro massacro in questo continuo e ancora funestamente incompiuto scenario di morte della Siria; di una Siria ormai nelle spire di un'annunciata e forse anche alimentata guerra civile nella quale emerge l’ormai insanabile vergogna dell’autocrate Bashar Assad; tanto insanabile da far impallidire le responsabilità criminali di altri protagonisti della guerra.


A fronte di questo eccidio un altro deja’ vu: da un lato una sequela di condanne durissime e di minacce roboanti da parte degli Stati Uniti e dei suoi alleati che adesso adombrano anche, ma senza molta convinzione, l’eventuale ricorso all’art.VII della Carta delle
Nazioni Unite. Dall’altro la monotona ripetitività della posizione “negoziale” di Russia e  Cina riluttanti a scaricare sul solo Bashar Assad le responsabilità delle stragi.

Tutto si muove come in un incredibilmente lugubre ballo in maschera di una Comunità internazionale dominata da una real-politik fatta di cinismo piuttosto che di impotenza ovvero di entrambe le cose. Si potrà ripetere che la Siria non è la Libia, ma in realtà e per quanto paradossale possa apparire, i due casi sono ben più contigui di quanto non appaia a prima vista in termini di paradigma politico-concettuale. Ancor più lo sono se assumiamo quale punto di riferimento e di orientamento il rapporto tra valori proclamati, interessi perseguiti ed entità dei costi che si è disposti a sostenere.

Qualcosa peraltro sta cambiando. Stiamo infatti assistendo ad una inusuale accelerazione dei contatti e delle riunioni e ad un proliferare di proposte, certamente sollecitata da uno stragismo divenuto ormai inaccettabilmente frequente, ma determinata soprattutto dalla consapevolezza di una deriva di guerra civile dagli sviluppi e dunque dall’esito incontrollabile per tutti gli attori interessati all'equilibrio complessivo dell'area mediorientale. Ciò che nessuna potenza, globale o regionale vuole.

Ma questa accelerazione appare gravata da fattori problematici di non poco conto.

Cominciamo con Bashar Assad che resiste e rilancia di continuo con le sue brutali operazioni militari. Arrivati a questo punto è arduo pensare che sia convinto di avere davanti a sé un traguardo vincente, che non avverta l'attrazione delle sabbie mobili in cui sta sprofondando e nelle quali rischia di trascinare anche il regime di cui è a capo
e che i suoi alleati esterni puntano a salvaguardare in qualche modo. Pur dando per scontata la tara di una sua obnubilazione politica si deve supporre che lo sia anche l’intero nucleo di potere di cui è circondato.

E’ più verosimile che  egli punti a raggiungere lo sbocco negoziale di una exit strategy di tipo yemenita dalla posizione di maggior forza possibile, anche sotto il profilo personale. Non è casuale che comincino a diffondersi voci relative alle località estere dove starebbe già pianificando di trovare rifugio.

Del resto i robusti poteri militari, politici, economici e religiosi su cui si regge il regime di Assad, sembrano al momento solo scossi dal sommovimento in atto anche se si sa che in quelle autocrazie il colpo di grazia viene spesso dall’interno del loro sistema, come è stato per la Tunisia e per l’Egitto, e talvolta, come nel caso yemenita, da una concomitante spinta esterna.

Per di più la deriva di guerra civile che sta investendo il paese, se per un verso sembra crescere con la forza di un magma di ribellione e di guerriglia che si espande di giorno in giorno, per un altro, stenta ad esprimere un inequivoco punto di riferimento, soprattutto sotto il profilo politico, ma anche sotto quello militare, tra l’altro in debito di rifornimenti di armi ed armamenti.

Vediamo all’esterno.

I paesi che si ritrovano nel gruppo degli "amici dell Siria" continuano ad essere divisi tra loro e anche dal loro ultimo incontro di Istanbul, si è confermata la sostanziale reticenza degli Stati Uniti e  dei suoi alleati occidentali a qualsivoglia opzione militare diretta e la
conseguente necessità di lavorare sul versante delle sanzioni – orami giunte ad un livello senza precedenti – nonché in azioni più o meno coperte di sostegno alle forze di opposizione interna ed esterna. Ad essi si affiancano i paesi arabi con Arabia saudita e Qatar in testa, che invece dalla riunione del Cairo in avanti seguono una politica di dichiarato appoggio finanziario-militare alle forze insorgenti siriane; nella misura in cui il regime di Assad lo renda possibile, naturalmente.

Superfluo dire che al di là dell’aggressività delle espressioni “gli amici della Siria” non intendano spingere la loro amicizia fino alla soglia di un intervento assimilabile a quello promosso nei confronti della Libia. E a ben vedere Russia e Cina, col loro diniego a ripetere tale esperienza, hanno loro offerto un alibi di ferro: per coprire consistenti ragioni di real politik rispetto a una dinamica geopolitica della regione decisamente problematica,
ma anche più prosaiche ragioni di politica interna legate all'ostilità delle opinioni  pubbliche dei paesi occidentali ad un nuovo coinvolgimento militare e alla carenza di risorse finanziarie da destinare ad operazioni bellico-umanitarie dall'incerta portata. E poi, mentre il fronte avverso aveva e ha un nome e un cognome, cioè Assad e il suo intorno di potere, non altrettanto si poteva e ancora si può dire della sua controparte. Salvo un ancora generico quanto rischioso, e non solo per gli equilibri interni del paese, fronte  sunnita”.

Del resto, che la soluzione politica fosse e sia l’opzione di fondo che si vuole percorrere è emerso in tutta evidenza con l'entrata in scena di Kofi Annan promossa da un Consiglio di Sicurezza unito, per l’appunto, solo dalla consapevolezza di ciò che i suoi membri non volevano. E non ci voleva un grande intuito per comprendere che il suo Piano di pace in sei punti era destinato, non tanto all'ovvio fallimento, ma soprattutto a far guadagnare un tempo col quale erodere il terreno sotto i piedi di Assad e quindi il maturare delle  condizioni necessarie per l'identificazione dei possibili contorni di un processo di "transizione" sul quale giocare le proprie carte. E sotto questo profilo “l’alibi Kofi Annan” ha funzionato anche se a un orribile prezzo di vite umane. Con una Russia di Putin che col
tempo è riuscita ad accreditarsi nei termini voluti fin dall'inizio della "primavera siriana", cioè potenza necessaria al tavolo di qualsivoglia processo di transizione  post-Assad. E ciò non solo e non tanto per bilanciare lo smacco libico, ma anche e soprattutto per  riaffermare il suo ruolo in una regione nella quale ha rilevanti interessi strategici, per ristabilire un sorta di principio di auto-tutela ovvero di non interferenza negli affari
dei paesi terzi e per non rischiare il patrimonio di relazioni accumulato nel tempo. Ed è comprensibile che in questa prospettiva Mosca non auspichi uno sbocco che risulti di rottura rispetto al regime alawita. Dunque non una transizione fatta propria dalla maggioranza sunnita come invece vorrebbero le monarchie del Golfo e gran parte del mondo occidentale. E forse anche la Turchia, seppure con alcune cautele.

La visita di Putin a Pechino ha offerto una limpida chiave di lettura delle ragioni geo-strategiche globali per le quali la Cina sta da tempo assecondando la linea politica della Russia nello scacchere mediorientale e quelle che indicono la Russia a rafforzare i suoi
vincoli con la Cina.

Non stupisce che in tale contesto la visita a Mosca di Barroso si sia conclusa con un fin de non recevoir  da parte del premier russo. Il quale deve aver avvertito l'approssimarsi di una soglia di sofferenza per Assad se per bocca del suo Ministro degli esteri ha tenuto a
sottolineare la differenza fra Assad e il regime siriano e se a stretto giro di posta ha lanciato l'idea di una Conferenza internazionale. Allargata anche all'Iran, ciò che USA e i suoi alleati hanno già respinto anche se forse un pò troppo sbrigativamente.

In questo scenario si è re-inserito con abile assertività Kofi Annan che proprio facendo perno sul  fallimento del suo mandato e sulla prospettiva di un’altrimenti inevitabile, catastrofica spirale di guerra civile nel paese sta rilanciando una nuova proposta: la creazione di   un Gruppo di contatto che includa “…i paesi che hanno un'influenza sull'uno e sull'altro campo, il governo e l'opposizione". Dunque, dunque anche la Turchia, l'Arabia saudita, il Qatar, l'Iran e i cinque membri permanenti del consiglio di sicurezza dell'Onu.
E l’Iran un paese importante della regione, come lo ha definito lo stesso Kofi Annan.

In linea di principio l’ex Segretario generale delle Nazioni Unite ha ragione nel prospettare una proposta nel segno dell’inclusività; ma al punto in cui sono giunte le cose e dopo il secco no opposto all’idea di Mosca essa è apparsa alquanto strumentale e di facciata. Anche la Cina ha assunto una posizione di grande cautela.

Ma se questa accoglienza lo ha indotto a precisare che la proposta si trova ancora in una fase “preliminare”, non lo ha certo scoraggiato. Kofi Annan non demorderà nel tentativo di mettere insieme una nuova operazione che lo veda protagonista anche se non sta nelle sue capacità negoziali reggere il confronto di potere che si sta svolgendo sulla Siria. E
forse tutte le parti interessate troveranno ragioni di convenienza sufficienti per sostenerne gli sforzi e guadagnare ancora tempo in attesa di un segnale: dalla parte del regime di Assad ovvero delle opposizioni. Anche la Lega araba che spaccata al suo interno è pronta a partecipare a qualsiasi tavolo la legittimi come interlocutore in qualche modo utile.

In realtà una rinnovata volontà/capacità di interlocuzione tra Washington e Mosca potrebbe essere decisiva nella misura in cui si profilasse una credibile alternativa ad Assad. Oggi più dall’interno del suo stesso regime che al di fuori di esso. Ma solo se si materializzasse entro tempi sufficientemente ravvicinati e dunque tali da consentire un realistico processo di “transizione”. Altrimenti sarà legittima ogni più fosca previsione.

Nelle attuali condizioni l’Italia può solo seguire gli eventi e partecipare al coro. Solo lontani i tempi nei quali avevamo reticoli di contatti e di interessi che ci rendevano utili e per questo corteggiati da un lato e avversati dall’altro. Quando cioè il nostro paese contava.

Per questo Monti non parla e lascia quest’incombenza al Ministro degli Esteri Giulio Terzi che fa tenerezza allorchè dichiara con solenne gravità: “l’obiettivo è che si giunga a una transizione politica che sia 'Syria-led' (guidata dai siriani), non imposta dall'esterno e
condivisa dalla più ampia parte della popolazione siriana".
















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