Diplomaticamente

18 Settembre Set 2012 1728 18 settembre 2012

la fiammata anti-americana: scontro di civiltà?

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8 settembre. Il canale televisivo egiziano Al Nas mostra un breve estratto del film  "l'Innocenza dei musulmani" un'opera sulla vita di Maometto,tecnicamente squallida, blasfema nei contenuti e nelle immagini per gli islamici. Di lì a poche ore la capitale egiziana è investita da una gigantesca protesta di marca fondamentalmente salafita:
bersaglio, l'America anti-islamica.

11 settembre. A Bengasi, nel magma di un'analoga manifestazione di indignazione
popolare, viene attaccato l'edificio consolare: trovano la morte l'Ambasciatore
americano e suoi tre collaboratori. Un attacco terroristico in piena regola.

Da quel momento e con una velocità e forza d'urto impressionante, la protesta si irradia in numerosi altri paesi musulmani o a forte presenza musulmana: dal Nord Africa al Medio oriente; dall'Africa sub-sahariana al Golfo, al Sud Est asiatico. Assume anche carattere violento e si registrano morti e feriti.

Gli eventi del Cairo e di Bengasi non sono frutto di casualità ma rispondono ad una pianificazione correlata ad una data ben precisa, cioè l'11 settembre, anniversario della strage terroristica delle twin towers di New York.

Un piromane ben addestrato ha appiccato la scintilla del Cairo usando come miccia
una pellicola prodotta nel 2011, apparsa una sola volta a New York e di cui circolava un trailer su YOU TUBE fin dal 2 luglio scorso: un osceno prodotto cinematografico  confezionato apposta per offendere e far indignare anche il meno osservante dei musulmani; che, guarda caso, viene gettato in pasto a dei fanatici integralisti proprio nella ricorrenza del giorno in cui il terrorimo islamico ha violentato l'America in America.

Due estremismi che si servono reciprocamente!

A Bengasi, un commando terrorista ben preparato ed armato, colpisce l'America e
il suo Presidente attraverso i suoi rappresentanti diplomatici e umilia di fatto il più poderso apparato di sicurezza del mondo. Impossibile ipotizzare un'azione estemporanea. Impossibile non pensare che con questo atto criminale si volesse dimostrare che l'anti-america è viva, è pericolosa e può rimettere in discussione la vita quotidiana dell'Occidente e riaccendere lo scontro vitale tra l'islam e l'occidente. Magari sull'altare della vendetta per
l'uccisione via drone - l'ultimo raffinato e discutibile strumento antiterroristico americano – di questo o di quel personaggio di Al-Qaida.

Dunque due atti pianificati e messi in atto, purtroppo, con successo, almeno nei
propositi degli autori. Opera entrambi di una stessa mente strategica? Non lo so e lo ritengo poco probabile.

Certo è che gli eventi del Cairo e di Bengasi hanno trovato un'esplosiva saldatura nell'immaginario delle masse islamiche già pronte a riesplodere in quella "rabbia islamica" che ha le ragioni storiche magistralmente tracciate da Bernard Lewis ma è alimentata
anche da quelle della attualità di questi ultimi anni: ragioni che nel passare dalla Palestina all'Iraq, dall'Afghanistan alla stessa Libia, si sono intrecciate con i nodi irrisolti delle primavere arabe e delle singolari alleanze internazionali che ne sono derivate.

In quel humus ancora vitale e intriso di grande criticità, la potenza della comunicazione globalizzante ha prodotto l'effetto dirompente che già si era osservato nel cosiddetto effetto domino della primavera araba. Esaltando in maniera impressionante l'efficacia dei “ripetitori" installati nelle moschee e nelle piazze tunisine, sudanesi, yemenite, afghane, pakistane, etc., che hanno finito per attirare anche delinquenti e mestatori di ogni genere. Le bandiere bruciate, gli slogan che rieccheggiano in tutti i paesi investiti da queste proteste anche violente, lo indicano con chiarezza.

Possiamo anche dire che la forza liberatrice di questa primavera araba e il conseguente
ancoraggio ai principi vitali dell'identità islamica, hanno ulteriormente accentuato i fattori costitutivi di quella rabbia. alimentata dal peggioramento delle condizioni di sofferenza sociale ed economica, uno dei motori della primavera stessa.

L'impressionante agitazione di massa che sta attraversando adesso il mondo islamico ha preso di mira gli Stati Uniti, rei dell'offesa a Maometto, ma attraverso la loro bandiera ha in realtà riacceso lo scontro islam-occidente, con l'insuperato rischio del clash of  civilisation.

Di fronte a ciò bene ha fatto Obama a rispondere in modo fermo ma pacato, così da tenere sotto controllo l'emotività della sua opinione pubblica senza esacerbare quella del mondo islamico. E bene farà a mostrare comprensione – pur nel comprensibile allarme rosso - per quei governi che rifiutano i loro “servizi di sicurezza”.

Questa deriva sta assumendo un potenziale destabilizzante anche  per i “vincitori” attuali della primavera araba, cioè quella dirigenza islamica “moderata”, la Fratellanza, di cui il neo Presidente egiziano Morsi, è l'esempio più evidente.

Ad essa spetta infatti ora di trovare una risposta politica di equilibrio  tra la necessaria condanna della blasfemia, ma anche degli atti di violenza, e a maggior ragione di quelli terroristici, e l'indispensabile tutela dei cittadini dei loro attuali alleati nel mirino della  protesta.

Risposta tutt'altro che agevole dato che su questa deriva soffiano le componenti più
intransigenti ed estremizzanti dello stesso islam, oramai in concorrenza aperta con i moderati per la cattura del consenso popolare.

L'Arabia saudita ha dato un esempio di equilibrio, favorita anche dal controllo
capillare che è in grado di esercitare al suo interno. Ha tempestivamente difeso il suo antiterrorismo e ha condannato la blasfemia con l'ineccepibile copertura del Gran Mufti. Apprezzamento dagli USA.

E sornionamente attende, assieme agli altri regni del Golfo, di cogliere i frutti di questa deriva -  di cui forse portano qualche responsabilità, diretta o indiretta che sia - che appare comunque destinata a contribuire ad allargare ulteriormente quello spazio di influenza
già propiziato dalla primavera araba.

L'Europa intanto sembra esercitarsi in un colpo d'ala al servizio dei suoi interessi attuali e strategici che ancora non riesce. Con buona pace di chi ricorda che manca all'appello  anche una primavera araba economica per il decollo sostenibile di quella politica.



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