Diplomaticamente

30 Settembre Set 2012 0000 30 settembre 2012

MONTI LO SPARIGLIATORE

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Il Premier Monti haatteso di essere negli Stati Uniti per dichiararsi disponibile a
proseguire il suo impegno di governo. “….se si pensasse che potrei servire ed essere d’aiuto dopo il periodo delle elezioni io ci sarò”.

Lo ha annunciato dopo aver espresso “la speranza” che le prossime elezioni offrano “…un risultato chiaro, con una chiara possibilità di formare una maggioranza e un governo, guidato dal leader di questa magggioranza….”.

Ha scelto, abilmente, il palcoscenico politico-mediatico più importante del mondo e nel
momento in cui il nostro paese stava riconquistando le prime pagine dei media per i casi eclatanti di corruzione e malaffare della nostra classe politica e per la confusione di una campagna elettorale decisamente prematura; per le crepe che affiorano sulla
pavimentazione istituzionale e per il sordo confronto che si sta sviluppando tra poteri della Repubblica. Per l’incertezza sovrana che grava sui ruoli e le responsabilità della dirigenza non solo politica ma anche economico-industriale e mediatica a fronte di un processo depressivo che richiederebbe una garantita capacità di governo del paese a medio e lungo termine.

Ha fatto bene a farlo? Penso di sì, non foss’altro che per aver sgombrato il campo da
un’incertezza – quella del dopo-Monti – che ci era pregiudizievole sul piano internazionale e stava alimentando nocive artificiosità nella dinamica politica interna.

Adesso sappiamo che Monti è disponibile nel caso in cui “la politica” non si rivelasse in grado di assicurare il governo del paese. Ciò che è certo è che da adesso in poi la campagna elettorale avrà un attore/protagonista con il quale i leader politici nostrani dovanno fare i conti.

Dovrà farli Berlusconi che si ostina a coltivare l’idea di un suo futuro politico mentre affonda nel grottesco di ricette invendibili (come l’abolizione dell’IMU sulla prima casa, l’attacco all’euro/imbroglio, etc.) e vede la sua immagine drammaticamente rispecchiata nella crisi morale del PDL. Ha un bel dire Alfano che Monti “deve candidarsi”. Non è affatto vero, mentre è palpabile il rischio che con un Monti affacciato alla finestra il rischio di implosione del PDL si sia accresciuto di molto, anche perchè da questo momento in poi la sirena centrista di Casini potrà suonare una musica sempre più accattivante per chi cerchi un approdo meno precario di quello ipotizzabile tra qualche mese.

Quanta ex-democrazia cristiana vorrà mettersi al vento?

Se lo starà certamente chiedendo Renzi che vede scompaginati tutti i suoi piani di aggregazione di forze di centro-sinistra-centro e centro-destra-deluso attorno alla sua figura di rottamatore-ricostruttore dalle idee e dai programmi da scrivere in funzione delle mosse di Bersani sì, ma anche di Berlusconi. Non certo di una new-entry come Monti

Penso che quest’interrogativo non lasci affatto tranquillo Bersani che già si batte il petto per essersi un pò avventurosamente incamminato verso delle primarie di coalizione quando ancora la coalizione non esiste e senza aver preventivamente blindato le stesse entro un sistema di regole che le mettano al riapro da perniciose invasioni di campo. E si capisce che nella nuova situazione che si sta creando non voglia transigere sul premio di maggioranza anche per tranquillizzare in qualche modo i suoi pro-montiani con Fioroni in testa.

Credo al tempo stesso che il segretario del Partito Democratico abbia dalla sua una opportunità e una potenzialità considerevole: quella di poter prospettare al paese, non quel pastone moderato che il più grande sponsor di Monti, cioè Casini, ha finora propinato all’opinione pubblica italiana, ma una visione, un progetto di Italia futura che accanto ai conti in ordine, offra un’impostazione programmatica che ri-ponga al centro la persona, nella sua dignità, nei suoi bisogni e nelle sue aspettative, in un contesto di ri-dinamizzazione economica e sociale all’insegna dell’equità e della solidarietà. Insomma una politica di governo riformista da sinistra europea che abbia tra i suoi punti di riferimento la Francia di Hollande e le democrazie del Nord Europa. Insomma una politica che abbia un’anima sociale di grande spessore e una visione economica di sviluppo sostenibile, dove il rispetto della legalità sia la norma e non l’eccezione e dove la corruzione sia stroncata davvero.

Su questi aspetti il Premier Monti si è rivelato alquanto claudicante e in ogni caso troppo attendista, come nella trattazione del decreto anti-corruzione e dei costi della politica. Per non parlare di una strategia di crescita del paese che non sia lastricata di ulteriori penalizzazioni per i lavoratori e gli strati più fragili della nostra popolazione.

Monti ha dimostrato di guardare il paese non dalle piazze e dalle strade del paese ma dall’attico dei grandi agglomerati di potere, nazionali e internazionali: dai “…..centri dove si forma gran parte del sapere mondiale…” come ha dichiarato lui stesso da New York ai
cosiddetti Mercati (leggasi finanza e banche) alla tecnocrazia bruxelliana ai potentati nostrani che non hanno tardato a esprimersi a sostegno di un Monti-bis. Che cosa significa, se non questo, l’appoggio – certamente “disinteressato” - di un Montezemolo e
di un Marchionne che non frequentano la borghesia impoverita, lo strato impiegatizio e operaio, i piccoli imprenditori e commercianti, etc.? Adesso è arrivato anche una benedizione dall’Oltretevere.

Nel giro di qualche giorno si è messa misteriosamente in moto una macchina di consensi sapientemente incubata che prescinde dalla maturazione del consenso e che anzi lo vuole pilotare. Bisogna riconoscere che se si è arrivati a tanto, lo dobbiamo in toto alla classe dirigente italiana corrotta e corruttrice, disseminata a tutti i livelli e in tutti i settori del paese. Con quella politica in testa, naturalmente. Lo dobbiamo a quella società complice che ne ha tratto e ne trae benefici, contribuendo a mandare in malora il paese.

Ma il paese non è tutto così, neppure la politica. Sta quindi ora alla parte sana della politica e della società valutare se la ricetta Monti – una ricetta fondamentalmente conservatrice come mi sono permesso di annotare fin dal dal novembre dell’anno scorso – sia proprio quella più appropriata per rimettere in piedi il paese.
Bersani e la sinistra sono avvisati.

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